FARMACI ORFANI: I FARMACI INTROVABILI

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I farmaci detti “orfani” sono quei farmaci destinati alla cura delle malattie rare. In Europa una malattia è considerata rara quando colpisce non più di 5 persone ogni 10.000 abitanti. Nello specifico si tratta di malattie spesso invalidanti per le quali non esiste alcun farmaco in commercio. Questo perché, non solo non sono stati ancora scoperti ma anche perché le aziende farmaceutiche sono solitamente restie a sviluppare questi farmaci visto un investimento economico troppo alto rispetto all’effettivo guadagno.

I pazienti affetti da malattie rare, che in Italia sono circa lo 0,75%- 1% non possono però rimanere esclusi dai progressi della scienza e delle cure. In termini numerici questo 1% di Italiani che per le aziende è troppo poco rappresenta circa 670.000 persone, 670.000 malati che hanno gli stessi diritti sanitari di tutti gli altri.

E’ anche vero però che una sostanza impiegata per il trattamento di una malattia frequente potrebbe avere un’indicazione orfana che non è stata ancora sviluppata. In realtà il discorso dei farmaci orfani è molto più ampio.

Accanto ai farmaci destinati al trattamento delle malattie rare, ci sono infatti altri due sottogruppi di farmaci che vengono classificati come orfani:

– i farmaci ritirati dal mercato per ragioni economiche e terapeutiche;

– i farmaci che non sono stati sviluppati.

Al primo sottogruppo appartiene la Talidomide introdotta nel 1956 come sedativo/ipnotico e utilizzata al tempo per contrastare nausea e vomito in gravidanza. Questo farmaco fu ritirato dal mercato per la scoperta di un potente effetto teratogeno capace di provocare malformazioni fetali. In ogni caso questo farmaco ha dimostrato proprietà antalgiche molto interessanti in patologie come la lebbra e il lupus eritematoso sistemico, malattie per le quali, ad oggi, non esiste ancora una cura soddisfacente. I farmaci che non sono stati sviluppati invece sono quei farmaci derivanti da un processo di ricerca non brevettabile.

Le prime norme relative ai farmaci orfani sono state introdotte negli Stati Uniti nel 1983, con l’emanazione dell’Orphan Drug Act, con cui per la prima volta si è presa coscienza della necessità di formulare una legge in materia. In seguito l’Unione Europea ha adottato una serie di regolamenti mediante i quali sono stati definiti i criteri e la procedura per la designazione di questi farmaci. La designazione di farmaco orfano viene prima valutata dal COMP, Comitato per i Medicinali Orfani attivo presso l’EMA e, su parere positivo del Comitato, finalizzata dalla Commissione Europea. Una volta ottenuta la designazione, il farmaco viene inserito nel Registro dei Farmaci Orfani ed in seguito potrà ottenere l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) dopo essere stato valutato e autorizzato attraverso la procedura centralizzata, come previsto dalle normative comunitarie.

Per essere riconosciuto come orfano il farmaco :

  • deve essere indicato per una patologia invalidante o che mette in pericolo la vita del paziente;
  • deve essere indicato per una condizione clinica rara, che si manifesta in non più di 5 soggetti ogni 10 mila individui;
  • non devono essere disponibili trattamenti validi o, se sono già disponibili dei trattamenti, il nuovo farmaco deve rappresentare un beneficio clinico significativo.

MA COSA DICE LA NORMATIVA ITALIANA A TAL PROPOSITO?

La normativa italiana tutela da sempre la sperimentazione clinica dei farmaci orfani e il loro ingresso sul mercato per assicurare ai pazienti l’accesso alle migliori terapie disponibili. Per accelerare la disponibilità dei farmaci orfani sul territorio, la Legge Balduzzi ha stabilito che l’azienda farmaceutica titolare di AIC di un farmaco orfano può presentare domanda di prezzo e rimborso all’AIFA non appena venga rilasciato il parere positivo da parte del Comitato, quindi prima ancora del rilascio dell’autorizzazione alla commercializzazione da parte della Commissione Europea.

COME SI PUO’ ACCEDERE AI FARMACI ORFANI?

In Italia un paziente affetto da una malattia rara può accedere al farmaco orfano attraverso diversi strumenti legislativi. La procedura di autorizzazione centralizzata attraverso l’EMA, Agenzia Europea di Valutazione dei Medicinali, rappresenta la principale regola di accesso. In mancanza dell’autorizzazione all’immissione in commercio di un farmaco orfano indicato per una malattia rara, il paziente può accedere al medicinale attraverso specifiche procedure previste da alcuni decreti legge che, consentono l’erogazione di alcuni farmaci, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, allo scopo di rispondere tempestivamente a condizioni patologiche. Questo è possibile purché siano rispettati alcuni requisiti base. Deve trattarsi infatti di:

  • farmaci innovativi la cui commercializzazione è autorizzata in altri Stati, ma non in Italia;
  • farmaci non ancora autorizzati, ma sottoposti a sperimentazione clinica, di cui siano già disponibili risultati di studi clinici di fase II;
  • farmaci da impiegare per un’indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata in Italia, di cui siano già disponibili risultati di studi clinici di fase II;
  • farmaci impiegati per una indicazione terapeutica differente da quella autorizzata, secondo i parametri di economicità ed appropriatezza, anche in presenza di alternative terapeutiche fra i medicinali autorizzati. Uno dei medicinali che ha beneficiato di questa disposizione è il farmaco bosentan, autorizzato per il trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare.

Esiste inoltre il cosiddetto Fondo AIFA, che da un lato è rivolto all’acquisto di farmaci orfani per le malattie rare e farmaci non ancora autorizzati ma che rappresentano una speranza di cura per patologie gravi, e dall’altro alla sperimentazione e ricerca indipendente sui farmaci, incentivando lo sviluppo di farmaci orfani attraverso il finanziamento di studi clinici no profit.

Le case farmaceutiche come già accennato ragionano quasi esclusivamente sulla base di logiche di mercato, anche se è comprovato che il loro ruolo nella ricerca e nella produzione risulta fondamentale per sopperire al fabbisogno di farmaci per le malattie rare. Dal punto di vista economico la spesa maggiore la si ha per i farmaci orfani impiegati nella cura delle leucemie, dei linfomi e dei mielomi, mentre i consumi maggiori sono stati rilevati per il trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare.

In Italia esistono delle vere e proprie officine farmaceutiche che si si dedicano appieno alla produzione di farmaci orfani, cannabis terapeutica, antidoti e farmaci per eventuali emergenze come disastri nucleari e attentati terroristici con agenti chimici. Tra i farmaci orfani in Italia ci sono:

  • la D-Penicillamina, la quale viene impiegata per la cura dell’artrite reumatoide, per la cistinuria, una malattia dei reni, per il trattamento del morbo di Wilson, una malattia genetica che porta ad un accumulo di rame nei tessuti, i cui sintomi si manifestano a livello epatico e a livello psichiatrico e neurologico con tremori e contrazioni. Viene inoltre impiegata per il trattamento delle intossicazioni professionali da piombo e oro.
  • La Mexiletina Cloridrato, usata nel trattamento delle aritmie ventricolari in cardiopatia ischemica e nelle aritmie ventricolari da digitale.
  • La Tiopronina, un agente chelante, impiegato per il trattamento della cistinuria, era prodotta dall’azienda cooperativa farmaceutica di Milano, fino a quando non è stata ritirata definitivamente dal mercato per via dell’elevato costo paragonato al numero di pazienti trattati. Pertanto oggi è necessario il suo reperimento all’estero da parte del SSN.
  • La Colestiramina, impiegata per ridurre i livelli di colesterolo nel sangue o migliorare il prurito associato ad alcune malattie epatiche. Questo farmaco è anche usato per il trattamento della sindrome di Crigler- Najjar una malattia del metabolismo piuttosto invalidante. In Italia i pazienti trattati con colestiramina sono circa 10.

CONCLUSIONI

Nonostante il numero di farmaci orfani approvati in Europa sia significativamente aumentato ancora oggi molte malattie rare non hanno un trattamento farmacologico efficace. In Italia è disponibile circa il 78% dei farmaci orfani approvati in Europa e l’80% di questi è rimborsato dal SSN. La mancanza di alternative terapeutiche e il numero ridotto di pazienti trattati, sono il motivo per cui questi farmaci non possono sottostare alle regole di contenimento della spesa farmaceutica applicabili ai farmaci comuni.

Il nostro paese inoltre, grazie sia alla ricerca clinica che alla legislazione, si posiziona tra i paesi all’avanguardia nel mondo per l’accesso a cure efficaci ed ai farmaci orfani da parte dei pazienti con malattie rare.

Un primato questo da difendere e rafforzare e che ancora una volta deve far riflettere sull’importanza della ricerca medica.

Dott. Andrea Liguori

PURPLE DRANK: UN PERICOLOSO “SCIROPPO DA SBALLO”

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Negli ultimi decenni si è assistito ad un notevole aumento del consumo di alcol, farmaci e sostanze stupefacenti da parte di adolescenti e giovanissimi. Questo abuso, influenzato da pressioni sociali, mediatiche e pubblicitarie, è per lo più più teso alla ricerca del piacere, e sopratutto volto a manipolare i propri stati d’animo. Ed è proprio per far fronte ad una situazione di disagio personale che molti ragazzi si abbandonano all’uso della cosiddetta “Purple Drank”.

Questo cocktail è una droga fatta in casa a base di codeina, un oppiaceo usato come sciroppo per la tosse, con l’aggiunta di bevande gassate, generalmente Sprite. I ragazzi ne mescolano dosi ampie ottenendo un liquido di colore viola, da ciò il nome “Purple Drank”. Questo nuovo cocktail nato in America sta pericolosamente spopolando tra i giovani italiani. Sebbene la codeina in Italia sia vendibile solo dietro presentazione di ricetta medica, si tratta di un medicinale per la tosse molto comune, e addirittura in paesi come la Francia e la Svizzera é vendibile senza ricetta, facilitandone così l’acquisto. Inoltre gli sciroppi a base di questa sostanza sono molto economici (meno di 10€).

Ma si sa realmente cos’è la codeina e quali sono i suoi effetti a lungo temine dopo un uso improprio?

La codeina, o metilmorfina, è una sostanza appartenente alla classe degli analgesici oppioidi, principi attivi utilizzati nella terapia del dolore acuto e cronico. È molto nota per le sue proprietà antitussigene ed euforizzanti. Una volta assunta la codeina viene trasformata nel fegato in due metaboliti che esplicano l’azione farmacologica legandosi ai recettori oppioidi localizzati nel cervello. Tramite questo legame riducono il dolore e l’attività delle aree cerebrali che controllano la tosse.

Pertanto la codeina, agendo a livello del sistema nervoso centrale, dovrebbe essere utilizzata con più attenzione.

Essendo un derivato dell’oppio può dar luogo ai fenomeni dell’assuefazione e della dipendenza, anche se in minor misura rispetto alla morfina. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la persona che ne abusa si troverà a consumare sempre più sostanza riducendo i tempi di assunzione. Proprio per questo motivo si consiglia di interrompere l’assunzione in maniera graduale per evitare il “fenomeno da rimbalzo”, identico al fenomeno della crisi di astinenza.

Nel periodo di astinenza si verificano sintomi quali irritabilità, turbe del sonno e un forte desiderio di assunzione del farmaco (fenomeno del craving).

Tra gli effetti collaterali più importanti ritroviamo: cefalea, conati di vomito, senso di nausea, capogiri, senso di sonnolenza e sbalzi d’umore.

La Purple Drank è associata alla musica trap, un genere musicale molto amato dai ragazzi, ed il fatto che spesso citi nei testi l’uso di droghe leggere, rende ancora più serio e reale il problema del suo abuso.

Vogliamo rivolgerci ai genitori dei ragazzi in fase adolescenziale e chiedere di seguire sempre con molta attenzione i propri figli. I ragazzini purtroppo, molte volte, non si rendono conto di quello che assumono e lo fanno con estrema leggerezza per emulare qualche personaggio famoso o per far parte di un gruppo. L’occhio vigile di un genitore può evitare che si verifichino situazioni spiacevoli.

E poi ci rivolgiamo a voi ragazzi. La purple drank è un miscuglio pericoloso che, in caso di sovradosaggio, può causare mancato controllo del respiro e conseguente soffocamento. Pensateci bene.. Ci si può divertire con molto meno.. Ne vale davvero la pena? La vostra vita vale davvero uno “sciroppo”?

Dott. Andrea Liguori.

Dott.ssa Chiara Caridi.

CHE CONFUSIONE… SARÁ PERCHÈ INVECCHIAMO?


I farmaci rappresentano una parte importante nella vita degli anziani. Basti pensare che circa il 90% delle persone con età pari o superiore ai 65 anni assume più di un farmaco a settimana, il 40% almeno 5 farmaci a settimana, il 12% più di 10 farmaci a settimana.

Le donne assumono più farmaci degli uomini e agli anziani ricoverati nelle case di cura sono prescritti in media 7-8 farmaci diversi da prendere regolarmente.

Esistono, nei confronti del rapporto con i farmaci, due tipologie di anziani: quelli che si fidano ciecamente e ne fanno un uso smodato e quelli contrari che, quando possibile, evitano di assumerli.

Anche in questo caso “in medio stat virtus’’: assumere i farmaci solo se strettamente necessario e seguendo scrupolosamente le indicazioni del medico.

In un documento dell’ FDA (Food and Drug Administration) si legge: ”L’utilizzo corretto e sicuro dei farmaci richiede attenzione in ogni età della vita e in maniera particolare dal sesto decennio in poi”.

PERCHÈ IN ETÀ AVANZATA BISOGNA PRESTARE MAGGIORE ATTENZIONE NELLA SOMMINISTRAZIONE DI UN FARMACO?

Fondamentalmente per due motivi:

  1. Con l’invecchiamento, l’organismo e le sue funzioni si modificano e questo influenza il modo in cui reagisce alla somministrazione di un farmaco. In particolare, con l’avanzare dell’età, si riducono il metabolismo epatico e l’eliminazione renale di alcuni farmaci. In poche parole, il fegato ha una minore capacità di trasformare i farmaci e i reni hanno una minore capacità di eliminarli. Questo determina un loro accumulo all’interno dell’organismo con prolungamento dell’azione farmacologica e aumento del rischio di effetti collaterali.
  2. Molto spesso con l’età aumentano i problemi di salute e di pari passo i farmaci da assumere. L’ utilizzo contemporaneo di più farmaci prende il nome di politerapia. 

COS’É LA POLITERAPIA E QUALI SONO I RISCHI ASSOCIATI?

La politerapia è molto comune negli anziani perchè questi, con il passare del tempo, sono soggetti alla comparsa di più patologie come ad esempio ipertensione, diabete, artrite, demenza ecc…

Per ognuna di queste patologie, se presenti contemporaneamente, sono prescritti uno o più farmaci. Se da un lato la politerapia può essere utile per trattare diversi sintomi che si verificano maggiormente negli anziani piuttosto che nei giovani adulti, dall’altro lato può essere molto pericolosa per vari aspetti tra cui ricordiamo l’uso di farmaci potenzialmente inappropriati, il rischio di reazioni avverse farmaco-correlate e il rischio di interazioni tra farmaci.

Studi recenti dimostrano che con l’aumentare del numero di farmaci aumenta il rischio di reazioni avverse, di ospedalizzazione e di mortalità. Le fasce di età più avanzate sono escluse dagli studi clinici e questo rappresenta un problema in quanto il farmaco che viene prescritto non è stato testato sugli anziani.

Un altro problema serio è legato al fatto che due o più farmaci possono interagire tra loro. Ciò significa che gli effetti di un farmaco possono essere modificati dalla presenza di un altro farmaco.

È vero che in molte condizioni, come ad esempio la terapia autoimmune o antibiotica oppure il trattamento di patologie croniche come l’ipertensione o l’asma, si ricorre all’uso di più farmaci che agiscono con diversi meccanismi d’azione per potenziare l’efficacia terapeutica, ma è anche vero che, in un soggetto anziano in politerapia, bisogna valutare con molta attenzione non solo il rischio di interazioni ma anche gli effetti indesiderati e i parametri clinici da tenere sotto controllo.

Va ricordato che, in caso di interazione tra due farmaci, non bisogna per forza sospendere uno dei due ma basta semplicemente aggiustare il dosaggio, i tempi o le modalità di somministrazione. 

Il paziente anziano mostra un’aumentata sensibilità a molti farmaci e proprio per questo motivo è bene, quando si è in procinto di iniziare una nuova terapia, usare una dose bassa di farmaco aumentandola, se necessario, gradualmente.

QUALI SONO I FARMACI POTENZIALMENTE INAPPROPRIATI NEGLI ANZIANI?

Un farmaco viene considerato inappropriato quando il rischio di sviluppare un evento avverso supera il beneficio che ci si aspetta dal trattamento farmacologico.

Esiste un documento chiamato “Criteri di Beers”, impiegato nella medicina clinica geriatrica, che aiuta il medico nella scelta dei farmaci da prescrivere in età anziana valutandone i pro e i contro.

Questo documento contiene cinque liste:

  1. LISTA DEI FARMACI POTENZIALMENTE LESIVI PER LA MAGGIOR PARTE DEGLI ANZIANI INDIPENDENTEMENTE DALLE LORO CONDIZIONI CLINICHE: tra questi ritroviamo nitrofurantoina, antiaritmici, antidepressivi triciclici, benzodiazepine, inibitori della pompa protonica, desmopressina.
  2. LISTA DEI FARMACI POTENZIALMENTE PERICOLOSI SOLO IN DETERMINATE CONDIZIONI CLINICHE: tra questi citiamo Z-drugs, oppioidi, antipsicotici.
  3. LISTA DEI FARMACI CHE DEVONO ESSERE UTILIZZATI SOLO CON ESTREMA CAUTELA: tra questi si annoverano acido acetilsalicilico, dabigatran e prasugrel, antipsicotici, carbamazepina, oxcarbazepina, antidepressivi e diuretici.
  4. LISTA DELLE COMBINAZIONI DI FARMACI ASSOCIATE A INTERAZIONI POTENZIALMENTE GRAVI NEGLI ANZIANI.
  5. LISTA DEI FARMACI CHE DOVREBBERO ESSERE EVITATI O DI CUI SAREBBE OPPORTUNO AGGIUSTARNE IL DOSAGGIO IN CASO DI INSUFFICIENZA RENALE: anticoagulanti, diuretici risparmiatori di potassio, farmaci attivi sul sistema nervoso centrale. 

COME PUÒ UN ANZIANO CURARSI IN SICUREZZA?

Con gli anziani, cosi come con i bambini, le donne in gravidanza e gli immunodepressi, bisogna prestare un’attenzione particolare quando si inizia una terapia.

L’ FDA ha stilato un documento contenente quattro raccomandazioni agli anziani:

  1. Assumere i farmaci secondo le indicazioni e dietro prescrizione del medico. Evitare i “fai da te” e se si notano effetti indesiderati consultare immediatamente il medico o il farmacista.
  2. Tenere un elenco dei farmaci che si stanno assumendo. In caso di politerapia, annotare la tipologia, la modalità di assunzione, gli orari e le eventuali correzioni apportate dal medico durante il trattamento. Il consiglio è di coinvolgere un familiare dando una copia della terapia che si sta seguendo. L’anziano tende a confondersi. Non è colpa sua ma di tutti i farmaci che, troppo spesso, deve assumere. 
  3. Leggere con attenzione il foglietto illustrativo per conoscere le interazioni, le avvertenze e le precauzioni e i possibili effetti indesiderati.
  4. Una volta l’anno è bene rivedere con il proprio medico lo schema terapeutico in corso e semplificarlo laddove possibile.

A mio avviso i farmaci rappresentano un serio strumento di salute e vanno utilizzati in modo corretto e “cum grano salis” perchè solo cosi si possono ottenere benefici. Auto-prescriversi un farmaco, usarlo in modo scorretto o abusarne può creare seri problemi alla salute. Che ci si voglia credere oppure no!!

Dott.ssa Chiara Caridi.

Nel giorno delle donne un omaggio a “una piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa”…

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Rita Levi Montalcini nacque nel 1909 a Torino da Adamo Levi, ingegnere elettrico e matematico e Adele Montalcini, pittrice.

Dopo aver convinto il padre a farla studiare, mossa dal desiderio di poter curare la lebbra, si iscrisse alla facoltà di Medicina all’Università di Torino dove si laureò con 110 e lode nel 1936 con l’istologo Giuseppe Levi.

Dopo la laurea fu ammessa al corso di specializzazione triennale in neurologia e psichiatria.

Nel 1938, a seguito della promulgazione delle leggi razziali, da ebrea dovette abbandonare l’Università e trasferirsi in Belgio dove ebbe la possibilità di proseguire i suoi studi sul sistema nervoso presso l’Istituto di neurologia dell’Università di Bruxelles.

Nel 1940 rientrò a Torino dove, nella sua abitazione in corso Re Umberto, allestì un laboratorio per continuare le sue ricerche ispirate da un articolo di Viktor Hamburger relativo alle conseguenze dell’asportazione, in embrioni di pollo, di uno dei due arti inferiori.

Nel 1943 si trasferì a Firenze dove visse clandestinamente scampando alle deportazioni e l’anno seguente iniziò a lavorare come medico volontario nelle Forze Alleate.

A guerra finita, la Montalcini tornò a Torino dove riprese gli studi specialistici e allestì un piccolo laboratorio casalingo in una collina vicino Asti.

Nel 1947 accettò un incarico alla Washington University e negli anni successivi lavorò anche a New York e Rio de Janeiro. Quella che doveva essere una breve permanenza si rivelò poi un soggiorno trentennale.

A cavallo degli anni ’50, la scienziata si appassionò ad un lavoro pubblicato da Elmer Bueker, il quale aveva trapiantato frammenti di un tumore maligno di topo in embrioni di pollo al terzo giorno di incubazione. Dopo qualche giorno, con grande sorpresa il frammento di tumore risultava innervato da fibre provenienti dalle cellule adiacenti il trapianto.

La Montalcini replicò tali esperimenti scoprendo che le cellule tumorali rilasciavano una proteina, un fattore di crescita nervoso, che giocava un ruolo fondamentale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Nel 1954 questa proteina fu denominata Nerve Growth Factor ( NGF-Fattore di crescita delle fibre nervose).

Dopo 6 anni dall’inizio della collaborazione tra la Montalcini e il biochimico Stanley Cohen, quest’ultimo individuò ed isolò l’NGF dal veleno di serpente confermando così gli studi della scienziata italiana. Dal 1958 l’NGF viene estratto per lo studio delle sue attività biologiche dalle ghiandole salivari sottomascellari di topo maschio adulto.

Nonostante l’impegno negli Stati Uniti, la Montalcini lavorò assiduamente anche in Italia, fondando un gruppo di ricerca e dirigendo dal 1961 al 1969 il Centro di Ricerche di Neurobiologia creato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma presso l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con l’Istituto di Biologia della Washington University.

Dal 1969 al 1979 rivestì la carica di direttrice del Laboratorio di Biologia cellulare del CNR. A causa della sua età avanzata fu costretta ad abbandonare tale incarico, ma non abbandonò mai i suoi studi tanto che venne nominata Presidente dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla.

Nel 1975 Francesco Della Valle, gestore della casa farmaceutica Fidia, registrò un farmaco apparentemente miracoloso, il Cronassial, pubblicizzato come curativo di diverse neuropatie.
Questo farmaco trovò in Rita Levi Montalcini uno dei suoi più autorevoli sostenitori al punto da diventarne presto garante.

Nel 1986 la Montalcini ottenne il Nobel per la scoperta dell’NGF e nel suo discorso dinanzi alla stampa mondiale, la donna ringraziò anche gli amici della Fidia per il loro sostegno scientifico, aumentandone così la visibilità al punto tale che il Cronassial divenne il farmaco più venduto in Italia. Lo stesso anno il farmaco arrivò in Germania, ma la scoperta che 5 pazienti in cura risultarono affetti dalla sindrome di Guillain Barrè Strohl, una gravissima malattia neurologica che causa paralisi degli arti e la morte di un paziente su dieci, ne provocò una brusca battuta d’arresto e il ritiro dal mercato.

Il Cronassial fu bandito con un effetto domino anche in Gran Bretagna e in Spagna mentre negli Stati Uniti non ottenne mai la registrazione. Nonostante lo scandalo la Montalcini continuò a sostenere Della Valle, che cacciato dalla Fidia fondò una microazienda, la Lifegroup. Questi eventi spiacevoli e lo scoppio del caso della mucca pazza (il Cronassial era prodotto con cervello bovino) fecero precipitare le vendite del farmaco anche in Italia al punto da renderlo illegale.

Dal 1989 al 1995 lavorò presso l’Istituto di Neurobiologia del CNR, concentrando le proprie ricerche sullo spettro d’azione dell’NGF.

All’età di 90 anni cominciò a perdere la vista a causa di una maculopatia degenerativa, ma la stessa Montalcini non si preoccupò mai molto della propria salute sostenendo: “Il corpo faccia quello che vuole. Io non sono il corpo: io sono la mente. Credo che il mio cervello, sostanzialmente, sia lo stesso di quando ero ventenne. Il mio modo di esercitare il pensiero non è cambiato negli anni. E non dipende certo da una mia particolarità, ma da quell’organo magnifico che è il cervello. Se lo coltivi funziona. Se lo lasci andare e lo metti in pensione si indebolisce. La sua plasticità è formidabile. Per questo bisogna continuare a pensare”.

Il 1 agosto 2001 fu nominata senatrice a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”. Rita Levi Montalcini infatti partecipò attivamente anche alle campagne umanitarie e sociali fondando, con la gemella Paola, un’associazione per il conferimento di borse di studio alle giovani studentesse africane, allo scopo di creare giovani donne che svolgessero un ruolo da leader nella vita scientifica e sociale del proprio paese.

Si battè contro lo sfruttamento delle risorse naturali e si impegnò per allontanare i giovani dal mercato illegale della droga. Era certa che il consumo delle cosiddette droghe leggere potesse favorire l’accesso a droghe più forti, assolutamente deleterie per le cellule nervose.

Rita Levi Montalcini morì il 30 dicembre 2012, all’età di 103 anni, nella sua abitazione romana di Villa Massimo, nei pressi di Villa Torlonia. 

Nella giornata delle donne abbiamo voluto rendere omaggio ad una delle più grandi scienziate dei nostri tempi, una donna che non si è mai risparmiata dedicando la sua intera vita alla ricerca, una donna che nonostante tutto non si è mai definita una scienziata, bensì un’artista. Bisogna renderle merito e riflettere su quello che ha sempre sostenuto: “Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente, hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale della società”.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

FARMACI IN ETA’ PEDIATRICA: “L’OMBRA DELLE PRESCRIZIONI OFF-LABEL”

In pediatria la somministrazione dei farmaci comporta una grande responsabilità, in quanto incide direttamente sulla sicurezza e sulla salute del bambino.

L’età pediatrica è la fascia d’età che va da 0 a 2 anni anche se legalmente si definisce bambino ciascun individuo di età compresa tra 0 e 18 anni. Dati recenti forniti da un rapporto OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco mostrano come in età pediatrica si faccia l’uso maggiore di farmaci. Questo probabilmente è dovuto al fatto che in questa fase della vita il bambino comincia a socializzare con il mondo esterno, spesso con l’iscrizione al nido, aumentando così la possibilità di venire a contatto con agenti virali o batterici che possono provocare infezioni.

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Quando si ha a che fare con il paziente in età pediatrica bisogna tenere presente due aspetti fondamentali per il buon esito della terapia:

  • La sicurezza della terapia stessa.
  • La riluttanza del bambino ad assumere farmaci.

SICUREZZA DELLA TERAPIA PEDIATRICA

Nonostante i progressi ottenuti negli ultimi anni dalla ricerca farmacologica nel paziente pediatrico, il problema della disponibilità di farmaci destinati ai bambini non è ancora del tutto risolto a causa della bassa sperimentazione clinica di farmaci per l’età pediatrica. Il problema è ancora più serio quando si tratta di pazienti neonati, a causa non solo delle difficoltà che si hanno nella sperimentazione, data la tipologia del paziente, ma vista anche la riluttanza da parte dei medici e dei genitori che si dimostrano spesso contrari ad acconsentire a sperimentazioni ritenute non necessarie . Le aziende farmaceutiche dal canto loro hanno scarso interesse a realizzare tali studi, complessi e costosi riguardanti una piccola percentuale del mercato totale del farmaco.

Tutto ciò fa si che i bambini vengano spesso trattati con farmaci studiati e sperimentati solo nell’adulto.

In ambito pediatrico non è quindi raro il ricorso a farmaci il cui uso è diverso da quello per cui è stata autorizzata la sua immissione in commercio per quanto riguarda l’indicazione terapeutica, l’età, la formulazione e la via di somministrazione e la posologia (dose e frequenza): questo è il cosiddetto uso off-label o uso “al di fuori dell’etichetta”. In altre parole i farmaci off-label sono farmaci che vengono impiegati, nella pratica clinica, per il trattamento di patologie e disturbi non previsti nella scheda tecnica. Si stima che in Europa circa il 60% di tutte le prescrizioni pediatriche risultino off-label, con conseguente aumento di eventi avversi, in certi casi anche letali.

I farmaci principalmente prescritti in età pediatrica comprendono gli antibiotici per uso sistemico, i farmaci per patologie a carico dell’apparato respiratorio e gastrointestinale, e gli analgesici.

Durante lo sviluppo e la crescita il nostro corpo va incontro a continue modificazioni a carico dei tessuti, degli organi e delle loro funzioni, ciò comporta di volta in volta una diversa risposta al farmaco.

Spesso nella terapia farmacologica, le dosi di farmaco per un bambino vengono ottenute dalla semplice riduzione delle dosi per il paziente adulto aggiustate in base al peso corporeo, senza però tener conto che le risposte farmacocinetiche sono differenti nel bambino se paragonate all’adulto.

Nel bambino infatti cambia:

  • La modalità con cui il farmaco entra nell’organismo e viene assorbito;
  • La sua distribuzione negli organi e tessuti;
  • La qualità e la quantità delle trasformazioni che il farmaco subisce all’interno dell’organismo;
  • Le modalità con cui il farmaco viene eliminato tramite gli organi emuntori.

I rischi di incorrere in reazioni avverse aumentano notevolmente nelle terapie intensive neonatali in quanto il peso del neonato cambia rapidamente e diventa pertanto molto difficile aggiustare i dosaggi anche per le differenze di sviluppo del bambino stesso.

Con un neonato infatti vi è un elevato rischio di commettere errori: una quantità minima di farmaco in più somministrata può avere effetti deleteri, in quanto la piccola massa corporea e l’immaturità degli organi del neonato non sono in grado di tamponare l’overdose. In un neonato nato prematuramente, ad esempio, l’eliminazione del farmaco è ridotta a causa dell’insufficiente capacità metabolica del fegato e dell’immaturità della funzione renale. Ciò comporta un accumulo del farmaco nell’organismo con conseguente aumento della sua tossicità.

Nei soggetti di età pediatrica inoltre i farmaci si distribuiscono diversamente a seconda del rapporto tra massa corporea e grassi presenti e possono interferire con i processi di maturazione fisica, psicologica e cognitiva, e con la crescita delle parti ossee.

Da ciò si evince che il semplice aggiustamento della dose dell’adulto non sempre porta ad un dosaggio corretto e salutare per il piccolo paziente. Una volta appurata la sicurezza del farmaco, il passaggio successivo è farlo assumere al bambino.

SOMMINISTRARE I FARMACI AI BAMBINI PUO’ ESSERE UN’ARDUA IMPRESA

Un problema a cui bisogna far fronte quando il paziente è un bambino è proprio la sua “resistenza” alla terapia: più piccolo è il bambino maggiore sarà la difficoltà a fargli assumere farmaci, soprattutto per via orale. Le medicine generalmente non hanno un buon sapore pertanto i bambini aprono la bocca malvolentieri per assumere sciroppi, gocce, compresse o capsule. Anche le vie di somministrazione intracutanea e rettale risultano piuttosto problematiche. Se da un lato i bambini hanno una naturale paura delle siringhe dall’altro la somministrazione delle supposte è spesso accompagnata da fastidio e dolore. Sebbene alcune medicine siano aromatizzate con un gradevole gusto alla frutta, nella pratica quotidiana per favorire l’assunzione del farmaco si può ricorrere a semplici accorgimenti per mascherarne il sapore.

Per garantire al bambino l’assunzione della dose esatta di sciroppo i pediatri spesso consigliano l’uso si siringhe piuttosto che del classico cucchiaino da caffè. Questo perché con la siringa si può aspirare lo sciroppo dalla boccetta e somministrarlo direttamente nella bocca del bambino, riducendo così eventuali perdite del farmaco. Inoltre la gradazione della siringa consente di prelevare la dose esatta di farmaco necessaria riducendo cosi un probabile sovradosaggio.

Se il paziente è un neonato, terapie mediche come l’aerosol-terapia e l’istillazione di gocce nel naso o nelle orecchie risultano molto difficoltose per il fastidio provato dal bambino e per lo sforzo da parte del bambino stesso a rimanere fermo per un periodo di tempo moderatamente lungo per lui.

Quando si ha a che fare con i pazienti pediatrici anche l’aspetto emotivo gioca un ruolo importante. I bambini infatti hanno un sesto senso per la tensione, quindi se l’approccio non è sereno sospetteranno che c’è qualcosa che non va e cominceranno ad opporsi alla terapia. Inoltre hanno una grande memoria fotografica, riconoscendo non solo le persone ma anche le confezioni dei farmaci attribuendo loro uno spiacevole ricordo che li porterà ad essere riluttanti a ripetere quell’esperienza. Se il bimbo ha più di due anni è importante spiegargli che si tratta di una medicina che servirà a farlo stare meglio. I bambini istintivamente hanno molta paura delle malattie e saranno così più propensi ad assumere il farmaco. E’ pertanto consigliabile coinvolgere i piccoli pazienti nel processo di cura e di guarigione.

IN CONCLUSIONE

Nel nostro paese, non più del 10% dei farmaci commercializzati è stato testato sulla popolazione pediatrica questo perché ancora oggi ci si basa sull’errata convinzione che gli infanti e gli adolescenti sono adulti in miniatura.

Anche se si sta lavorando per una riduzione delle prescrizioni off-label in ambito pediatrico, la legislazione italiana ed europea consentono di prescrivere ai bambini farmaci non pensati per pazienti in età pediatrica, con conseguente aumento dell’insorgenza di reazioni avverse. Per far fronte a tutto ciò recentemente sono stati sviluppati diversi progetti di farmacovigilanza al fine di valutare la sicurezza dei farmaci adoperati in ambito pediatrico.

MA COME POSSIAMO PRESERVARE LA SALUTE DEI NOSTRI FIGLI? COSA E’ CONSIGLIABILE FARE?

  • Innanzitutto l’utilizzo di farmaci off-label NON DEVE essere inteso come sinonimo di una pratica clinica “irrazionale”, in quanto si tratta comunque di farmaci registrati e approvati, riportati su delle liste che vengono aggiornate periodicamente dall’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco).
  • Prima di dare ai nostri figli qualsiasi farmaco bisogna SEMPRE consultare il pediatra che saprà indicarci quali sono i farmaci più adatti. L’interazione pediatra – famiglia è alla base infatti di un corretto ed appropriato uso di qualsiasi medicinale.
  • Infine è ALTAMENTE SCONSIGLIATO il metodo “fai da te”. Spesso i genitori si improvvisano pediatri o farmacisti e somministrano di propria iniziativa farmaci ai loro figli, ignorando le indicazioni contenute nel foglietto illustrativo e anche i possibili effetti collaterali. Altre volte con estrema leggerezza, ricorrono all’uso di un determinato farmaco senza un reale bisogno. Capita infatti che una banale influenza del bambino venga trattata con antibiotici. Terapia questa inappropriata perché l’infezione in questo caso non è batterica ma virale. Questo uso sconsiderato pone le basi per il fenomeno della antibiotico-resistenza.

Sperare che le cose possano cambiare dall’oggi al domani è impossibile però è giusto sapere che ogni qualvolta somministriamo in maniera inopportuna dei medicinali ai nostri figli rischiamo di esporli a reazioni indesiderate che possono essere molto pericolose per la loro salute.

Quello che mi auguro è che ci sia la reale volontà di porre l’attenzione sulla sperimentazione di farmaci destinati esclusivamente a pazienti in età pediatrica e che venga effettuato un aggiornamento del foglietto illustrativo con maggiori indicazioni sulla effettiva utilità del farmaco.

Con questo augurio vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Un nuovo farmaco farà “tremare” il Parkinson?

infarmiamoci.it

La malattia di Parkinson è stata descritta per la prima volta nel 1817 da James Parkinson in un libretto intitolato “Paralisi agitante”. Si tratta di una malattia neurodegenerativa cronica, progressiva e lenta e fa parte dei “Disordini del movimento”.

Si riscontra in entrambi i sessi e l’età media di esordio è intorno ai 55-60 anni anche se, in rari casi, può presentare un esordio giovanile tra i 21 e i 40 anni.

In poche parole quello che si verifica nella malattia di Parkinson è la degenerazione di particolari cellule nervose situate in un’area cerebrale denominata sostanza nera. Queste cellule producono una sostanza, la dopamina, coinvolta nel controllo dei movimenti e dell’equilibrio. La neurodegenerazione riduce drasticamente la quantità di dopamina provocando cosi molti dei sintomi motori alla base della malattia.

Le cause di questa patologia non sono ancora note ma attualmente si ipotizza che esistano alcuni fattori che concorrono al suo sviluppo:

  1. FATTORI INDIVIDUALI (età avanzata o predisposizione genetica)
  2. FATTORI AMBIENTALI (esposizione a pesticidi o solventi chimici)
  3. FATTORI EREDITARI (un paziente su 5 afferma di avere una storia familiare legata a questa patologia)

I principali sintomi della malattia di Parkinson sono 4:

BRADICINESIA: consiste in una lentezza dei movimenti.

TREMORE A RIPOSO: un tipo di tremore che scompare durante i movimenti volontari ed è assente quando si dorme. Inizialmente è unilaterale, dopo un tempo variabile coinvolge anche l’altro lato.

RIGIDITÀ: indica un aumento del tono muscolare a riposo o durante i movimenti.

INSTABILITÀ POSTURALE: consiste nella mancanza di equilibrio e stabilità mentre si è in piedi o si cambia posizione.

Ci sono in realtà anche sintomi secondari quali: perdita dell’olfatto, micrografia, disturbi del linguaggio, difficoltà di deglutizione, perdita dell’espressione facciale, eccessiva salivazione, perdita di peso, stipsi, disturbi del sonno e sessuali e molti altri.

La diagnosi della malattia è soprattutto di tipo clinico tramite la valutazione dei sintomi motori ed è solitamente supportata da esami strumentali quali RMN, PET e SCINTIGRAFIA CEREBRALE CON DAT Scan.

A tutt’oggi non esiste una cura definitiva per questa malattia ma l’approccio terapeutico al malato di Parkinson si avvale di: terapia farmacologica di tipo dopaminergico, terapia chirurgica di neurostimolazione cerebrale profonda, terapia medica infusiva e terapia riabilitativa.

E’ di questi giorni la sorprendente notizia della messa a punto di un nuovo trattamento per la cura della malattia di Parkinson. A realizzare il super trattamento è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Bristol, Regno Unito, che hanno collaborato con i colleghi di vari istituti dell’Università di Cardiff e dell’Università della Columbia Britannica (Canada).

Questa procedura sperimentale secondo Alan Whone, il ricercatore principale che ha messo a punto questa tecnica, consente di iniettare il farmaco direttamente nel cervello, tramite un intervento di chirurgia robotica. La terapia è stata testata in un trial clinico che ha coinvolto 35 pazienti. Metà dei partecipanti ha ricevuto un placebo, l’altra metà  il nuovo farmaco sperimentale, il cosiddetto fattore neurotrofico derivato dalla linea delle cellule gliali (GDNF). Si tratta di una proteina che ha dimostrato di poter migliorare la sopravvivenza delle cellule che producono dopamina e le funzioni motorie nei pazienti affetti da Parkinson. L’innovazione sta proprio nella capacità rigenerante di questa proteina. Nessuna tra le terapie in uso fino ad oggi, infatti, aveva dimostrato di poter invertire i processi biologici che portano alla morte le cellule dopaminergiche, a differenza di  questo  nuovo sistema che  sarebbe in grado di rigenerarle proprio perché agisce direttamente sul cervello.

Rigenerare le cellule cerebrali morenti è fondamentale per arrestare la corsa di questa patologia neurodegenerativa che in Italia affligge circa 250 mila persone. I partecipanti a questo protocollo di ricerca sono stati sottoposti ad un intervento di chirurgia robotica per l’inserimento di 4 tubicini nel cervello, tramite una “porticina” transcutanea realizzata dietro l’orecchio e attraverso cui il farmaco viene iniettato direttamente nelle aree colpite con precisione millimetrica. Lo studio clinico “in cieco” è durato 9 mesi, al termine dei quali i pazienti trattati con GDNF hanno mostrato un miglioramento del 100 % proprio nelle aree del cervello colpite dal morbo di Parkinson. Nessuna variazione si è evidenziata in quelli trattati con il placebo. Nei successivi nove mesi anche i pazienti trattati col placebo hanno ricevuto il farmaco in infusione, e al termine di altri nove mesi tutti i partecipanti allo studio hanno mostrato un netto miglioramento dei sintomi da moderato a grande.

I risultati dello studio clinico sono stati pubblicati su “Brain” e sul “Journal of Parkinson’s Disease”, e anche la Bbc online gli ha dedicato un ampio servizio. Per poter avere conferma dei risultati della ricerca, i prossimi studi dovranno coinvolgere un numero maggiore di pazienti e inoltre bisognerà valutare gli effetti del farmaco a lungo termine.

Si tratta comunque di un vero e proprio passo in avanti della tecnologia medica che in futuro potrebbe essere impiegata per somministrare la chemioterapia a pazienti colpiti da tumori cerebrali o per testare nuovi farmaci in caso di patologie come l’ Alzheimer e l’ ictus.

Data la sua importanza vi preannunciamo che in futuro dedicheremo un intero articolo all’argomento Parkinson, in particolare alla sua patogenesi, entrando nello specifico dei meccanismi distruttivi a carico delle cellule nervose…in altre parole vi porteremo con noi in un viaggio “dentro il cervello”!

In attesa di questo vi salutiamo dandovi appuntamento al prossimo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Farmaci in gravidanza: si può ma… con molta attenzione!!!

La gravidanza è sicuramente uno dei momenti più teneri ed entusiasmanti nella vita di una donna e proprio per questo si è maggiormente attente a salvaguardare la salute del neonato e della futura mamma. In questo articolo vi parlerò di un argomento piuttosto delicato, l’uso dei farmaci in gravidanza, e spero di farlo in maniera chiara e dettagliata.

I dati statistici affermano che la maggior parte delle donne assume almeno un farmaco in gravidanza, alcune sotto controllo medico, altre con molta leggerezza. Il perché in realtà si è cosi ansiosi quando si tratta di assumere un farmaco in gravidanza, è legato ad un fatto avvenuto agli inizi degli anni ’60, la cosiddetta ”tragedia della talidomide”.

La talidomide è stata introdotta nel 1956 come sedativo/ipnotico ed era utilizzata al tempo per contrastare nausea e vomito in gravidanza. Nel 1961, dopo ben 5 anni dall’immissione in commercio, fu dimostrata l’associazione tra l’assunzione del farmaco nelle donne gravide e la nascita di bambini amelici (senza arti) e focomelici (con arti gravemente malformati). Nacquero, nel mondo, ben 5850 bambini malformati a causa dell’uso della talidomide.

Per anni si è pensato, erroneamente, che la placenta fungesse da vera e propria barriera garantendo la protezione assoluta del nascituro. Il virus della rosolia nel 1941 e la tragedia della talidomide nel 1961 sono serviti a far capire a tutti che la placenta è comunque un ”mezzo di comunicazione” tra madre e figlio e che qualsiasi sostanza ingerisce la madre viene assorbita, in parte o del tutto, anche dal feto.

Durante la gravidanza, il corpo di una donna subisce cambiamenti non solo fisici ma anche fisiologici che a loro volta modificano la farmacocinetica (cioè l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo e l’eliminazione) dei farmaci:

  1. diminuisce la secrezione acida gastrica del 40%: si modifica il pH nello stomaco e varia la quota di farmaco assorbita
  2. aumenta il tempo di svuotamento gastrico e di conseguenza la permanenza del farmaco nello stomaco
  3. aumenta la gittata cardiaca di circa 1,5 L/minuto e di conseguenza la perfusione di organi quale il polmone, il cuore, il fegato, il cervello, l’utero e la placenta
  4. aumenta la frequenza cardiaca di circa 15 battiti/minuto
  5. aumenta il peso e si modifica il rapporto acqua/grassi

Non tutti i farmaci assunti in gravidanza dalla madre sono capaci di attraversare la placenta e raggiungere il feto. Quelli capaci di attraversare la placenta possono avere due tipi di effetto:

EFFETTO TOSSICO DIRETTO

EFFETTO TERATOGENO

L’effetto di un farmaco sul feto dipende non solo dall’età del feto al momento dell’esposizione ma anche dalla dose e dalla potenza del farmaco somministrato nonché dal corredo genetico della madre.

COS’È UN FARMACO TERATOGENO?

Il rischio maggiore che presentano alcuni farmaci, chiamati farmaci teratogeni, è la capacità di provocare effetti teratogeni, ovvero causare malformazioni congenite nel bambino. Fra gli agenti teratogeni ad oggi si riconoscono:

INFEZIONI (rosolia, toxoplasmosi, sifilide) contratte in gravidanza dalla madre

PATOLOGIE (diabete o epilessia) di cui soffre la madre

FARMACI

QUALI SONO I FARMACI POTENZIALMENTE TERATOGENI?

I farmaci che causano una maggiore incidenza di malformazioni congenite e che perciò è meglio evitare in gravidanza sono: alcuni antitumorali, alcuni antitiroidei, ormoni androgeni e progestinici ad azione androginica, vaccini con virus vivi, la vitamina A, alcuni antibiotici, alcuni antitubercolari, alcuni antiepilettici, alcuni antipsicotici, alcuni antiulcera, il warfarin e altri anticoagulanti orali.

In realtà ci sono anche farmaci con sospetti effetti dannosi sul feto, non di tipo teratogeno. Si tratta di farmaci non controindicati ma comunque sconsigliati in gravidanza. Tra questi ritroviamo: i diuretici tiazidici, gli ansiolitici come le benzodiazepine, i salicilati, alcuni antidepressivi, alcuni antipsicotici, alcuni antibiotici, alcuni antidiabetici orali.

IN QUALE PERIODO DI GESTAZIONE IL RISCHIO TERATOGENO È MAGGIORE?

Per comprendere questo argomento al meglio è bene ricordare che esistono tre periodi della “vita prenatale”:

PERIODO PRE-EMBRIONALE (prime due settimane): in questa fase qualsiasi farmaco teratogeno ha un effetto del tipo “tutto o nulla”: possono cioè provocare o la morte dell’embrione o non danneggiarlo affatto.

PERIODO EMBRIONALE (dalla 3 alla 9/12 settimana): questo è il periodo più delicato in quanto si verifica lo sviluppo e la differenziazione degli organi. In questa fase i farmaci teratogeni possono provocare un aborto spontaneo, una malformazione sugli organi in via di formazione, un difetto di tipo metabolico o funzionale che si può manifestare dopo la nascita o un aumento del rischio di cancro. L’ effetto teratogeno sarà tanto maggiore quanto più precoce sarà l’esposizione.

PERIODO FETALE (dalla 9/12 settimana a fine gravidanza): in questa fase l’esposizione a un farmaco teratogeno può determinare anomalie dell’accrescimento o della funzione di organi e tessuti fetali, in particolare a carico del sistema nervoso centrale.

È proprio per questo motivo che tutti i farmaci sono controindicati nel primo trimestre di gravidanza. In caso ci si espone ad un farmaco è bene tenere presente che maggiore è la durata dell’esposizione, maggiore sarà il rischio di incorrere in malformazioni fetali.

È POSSIBILE, QUINDI, CURARSI IN GRAVIDANZA?

Secondo l’ AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) è possibile curarsi in gravidanza: non farlo, in alcune situazioni, può essere ancora più dannoso per il feto. Alle conoscenze attuali ci sono farmaci che non comportano rischi e altri che comportano seri problemi.

Ovviamente il compito principale spetta al medico che valuterà la situazione clinica della gestante e, nella prescrizione di un farmaco, si atterrà ad alcune norme precauzionali:

  1. prescrivere farmaci che siano sul mercato da più tempo e di cui si conoscano bene gli effetti
  2. somministrare i farmaci alle dosi più basse possibili

In caso di alcune patologie importanti come epilessia, ansia, depressione, diabete, fibrosi cistica, ipertensione, malattie autoimmuni non è possibile sospendere la cura farmacologica in gravidanza e sarà sempre il medico a sostituire, se necessario, il farmaco che si sta assumendo o a rivedere la posologia.

QUALI SONO I MIEI CONSIGLI ALLA LUCE DI QUANTO SPIEGATO?

Da farmacista e da mamma mi sento di dare qualche consiglio a chi desidera una gravidanza o a chi è già in attesa.

  1. Utilizzare un farmaco solo se strettamente necessario e sotto controllo medico.
  2. Evitare i pericolosi “fai da te”: anche l’uso di integratori, a dosi eccessive, può compromettere la salute del feto.
  3. In caso di febbre, mal di denti, mal di testa, raffreddore si può ricorrere all’ uso sporadico del paracetamolo. Ovviamente non in caso di una banale febbre a 37,5.
  4. Per liberare il naso chiuso o in caso di tosse si possono tentare anche i cosiddetti “rimedi della nonna”: bere molti liquidi, effettuare lavaggi nasali o aerosol con sola soluzione fisiologica (senza aggiunta di farmaci) o suffumigi con acqua calda e sale grosso o bicarbonato, bere una bella tazza di latte caldo con poco miele.
  5. Non assumere antibiotici solo perchè si ha la febbre: l’antibiotico è utile solo in caso di infezione batterica, non virale.

Vorrei inoltre ricordare che non solo i farmaci influenzano la salute del feto ma anche altri fattori come:

STRESS, FATICA E MALNUTRIZIONE

FUMO: la nicotina e il monossido di carbonio, contenuti nelle sigarette, sono capaci di attraversare la placenta riducendo l’apporto di sangue, ossigeno e nutrienti al feto. Inoltre il fumo di sigaretta è associato a parto prematuro.

ALCOL: attraversa la placenta danneggiando il feto. In caso di assunzione cronica, l’alcol può causare la Sindrome Fetale Alcolica, una sindrome caratterizzata da dimorfismi facciali, ritardo di crescita pre- e postnatale, disfunzioni cardiache, ritardo mentale, malformazioni dell’ippocampo e disturbi comportamentali.

CAFFEINA: elevate quantità di caffè sono associate a parto prematuro, alla nascita di bambini sottopeso e a sintomi quali irritabilità, pianto eccessivo, disturbi alimentari e/o del sonno.

Mi sento inoltre in dovere di dire che un farmaco è sempre una sostanza estranea che entra a contatto con il nostro organismo e con le sue funzioni e come tale deve essere usato con cautela. Come dico sempre, il farmaco non è solo quello che riporta il foglietto illustrativo.

Prima di essere immesso in commercio, un farmaco viene testato sugli animali ma questo non garantisce nulla: un farmaco può dimostrarsi teratogeno nell’animale ma non nell’uomo.

Questo per dire che molti farmaci vengono immessi in commercio senza studi approfonditi su eventuali danni fetali nell’uomo.

Per questo motivo è doveroso, da parte mia, ricordare che la prudenza e il buon senso sono le uniche strade percorribili per vivere senza ansia un periodo delicato e bellissimo come la gravidanza!!

Buona lettura a tutti e a presto con un nuovo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi.

FANS: FUTURI ALLEATI NELLA PREVENZIONE DEI TUMORI?

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Il tumore è una neoformazione presente in un organo o in un tessuto, con caratteristiche di crescita incontrollata e di struttura aberrante. Il tessuto tumorale è costituito da cellule e stroma (tessuto connettivo e vasi) entrambi essenziali per lo sviluppo in quanto non potrebbe esserci crescita senza un apporto adeguato di nutrienti.

Le caratteristiche principali delle cellule tumorali sono: proliferazione incontrollata, mancata maturazione ,modificazione della membrana cellulare, alterazione delle attività metaboliche e secernenti e modificazione del patrimonio genetico. A seconda del comportamento clinico i tumori si distinguono in benigni e maligni. Le cellule dei tumori ben differenziati sono simili a quelle del tessuto di origine e tendono ad essere benigne. Più ci si allontana dalle caratteristiche originali maggiore è il rischio di sviluppo verso forme meno differenziate e quindi di malignità. Una delle caratteristiche dei tumori maligni è la perdita di inibizione alla crescita: questo comporta uno sviluppo più rapido rispetto a quelli benigni. Nella tumorigenesi intervengono molteplici fattori, per cui in genere occorrono diversi anni perché avvenga il passaggio dallo stato microscopico ( carcinoma in situ) a quello conclamato. I tumori benigni solitamente sono dotati di una struttura coesa e sono delimitati da una capsula fibrosa. I tumori maligni invece tendono ad infiltrare i tessuti circostanti, penetrando all’interno delle strutture adiacenti. La colonizzazione a distanza da parte di cellule tumorali prende il nome di metastasi. La capacità di dare metastasi distingue i tumori maligni da quelli benigni. Le proprietà invasive dei primi permettono l’estensione ai vasi sanguigni e linfatici, favorendo la disseminazione a distanza. Più il tumore iniziale è aggressivo e cresce rapidamente, maggiori sono le probabilità che esso dia metastasi. La presenza di eventuali metastasi è uno dei primi accertamenti che il medico richiede dopo aver diagnosticato un tumore e averne determinato caratteristiche e dimensioni.

In Italia i tumori maligni continuano a rappresentare la seconda causa di morte nella popolazione generale, subito dopo le patologie cardiovascolari. Se da un lato non tutti i tumori maligni hanno evoluzione drammatica, dall’altro non tutti i tumori benigni sono innocui. Lo stadio della malattia e la tempestività dell’intervento giocano un ruolo chiave per il buon esito del processo di guarigione e di sopravvivenza. Questo consente di esprimere un giudizio prognostico attendibile e di valutare le possibilità terapeutiche a disposizione. Ogni tumore richiede un approccio diverso e, spesso, anche tempi e cura diversi.

Da numerose ricerche e da ormai diverso tempo si è evidenziato un legame tra tumore e infiammazione. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che le principali citochine rilasciate durante il processo infiammatorio cronico permettono la proliferazione e la sopravvivenza delle cellule tumorali inducendo processi di metastasi. In più alcune forme tumorali producono ormoni, citochine e altre sostanze per autosostenersi.

Per questo motivo i FANS ( farmaci antinfiammatori non steroidei ) potrebbero essere d’aiuto nella prevenzione dei tumori. Già anni fa alcuni studi preclinici e clinici hanno evidenziato che questi farmaci erano capaci di contrastare l’insorgenza di tumori quali il tumore del seno, del colon retto e dell’ovaio.

Una ricerca tutta italiana, pubblicata sulla rivista scientifica “British journal of Cancer ” e frutto della collaborazione tra Università Statale di Milano, Istituto Europeo Oncologico e Istituto Nazionale dei Tumori, ha dimostrato che l’attività antitumorale di questi farmaci segue un meccanismo diverso rispetto all’attività antinfiammatoria all’interno della cellula (attività responsabile degli effetti collaterali).

Testando diversi FANS su cellule umane in vitro e su modelli animali si è scoperto che l’attività antitumorale di questi farmaci è legata alla capacità di inibire un enzima, SIRT1, attivando il segnale di uno degli oncosoppressori più importanti, p53.

Come afferma Paolo Ciana, professore di Biotecnologie Farmacologiche all’ Università degli Studi di Milano e coordinatore del team di ricerca: ” I risultati sull’azione preventiva dei FANS sono promettenti ma questi farmaci non possono essere usati per lunghi periodi a causa dei gravi effetti collaterali come sanguinamenti, problemi gastrici, renali, epatici e cardiaci. Nel nostro laboratorio siamo riusciti a indicare una strada per dare vita a nuovi FANS scevri da questi effetti collaterali mantenendo l’azione antitumorale”.

Il gruppo di ricerca sta inoltre lavorando per capire se i FANS possano ridurre il rischio di recidiva di un tumore. Tutto questo è ancora da vedere.. cosi come rimane da vedere se in un prossimo futuro i FANS potranno essere impiegati nella prevenzione secondaria delle patologie cardiovascolari per le quali al giorno d’oggi l’unico antinfiammatorio ad essere utilizzato è l’aspirina ad un dosaggio molto ridotto.

Sicuramente questa è una notizia sorprendente ma c’é ancora tanto lavoro da fare e non bisogna trarre conclusioni affrettate.. Ci sentiamo di ribadire che i FANS in commercio non devono assolutamente essere somministrati a scopo preventivo perché hanno importanti effetti collaterali e nessuna azione curativa nei confronti dei tumori.

A presto con un nuovo articolo!!!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi


FARMACI VETERINARI E SALUTE UMANA: UNA STRETTA CONNESSIONE!

In questo articolo mi occuperò del corretto impiego dei farmaci veterinari destinati agli animali produttori di alimenti.

Si definisce FARMACO VETERINARIO:

ogni sostanza o associazione di sostanze dotate di proprietà curative e profilattiche delle malattie animali oppure ogni sostanza o associazione di sostanze che può essere usata sull’animale o somministrata all’animale allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche mediante un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, oppure al fine di stabilire una diagnosi medica.

COME E’ CAMBIATO NEGLI ANNI L’USO DEI FARMACI VETERINARI?

Negli ultimi decenni si è registrato negli allevamenti italiani un notevole aumento dell’uso di farmaci veterinari. Mentre nel primo dopoguerra l’allevamento era per lo più autonomo, a gestione familiare e con un numero esiguo di capi, a partire dagli anni ’60 l’industrializzazione del settore zootecnico ha portato ad un aumento delle aziende con alta densità di animali.

Parallelamente ad una aumentata produzione di alimenti di origine animale però si sono verificate tutta una serie di problematiche relative all’impatto ambientale delle aziende, alla necessità di forzare le naturali prestazioni degli animali e alla comparsa di malattie legate alle modalità di allevamento.

L’elevato numero di molecole a disposizione per la cura delle patologie animali e una sempre maggiore sensibilità nei confronti del benessere animale, hanno portato ad un aumento dell’uso di farmaci veterinari.

COSA BISOGNA SAPERE QUANDO SI USANO MEDICINALI VETERINARI?

Quando si somministra un farmaco ad un animale, produttore di carne, latte, uova e miele, il principio attivo si distribuisce negli organi, nei tessuti, negli escreti e secreti. Questo fa si che possa essere assunto con gli alimenti, ed avere effetti, talvolta anche dannosi, sulla salute del consumatore.

Nel corso degli anni sono state pertanto emanate delle normative volte a disciplinare l’uso di farmaci veterinari al fine di vietare l’impiego di medicinali potenzialmente dannosi per l’uomo.

Alcuni farmaci ritenuti, innocui per la salute dell’uomo possono essere liberamente somministrati agli animali da reddito, altri, invece, devono rispettare dei limiti di tollerabilità all’interno degli alimenti, il cosiddetto Limite Massimo di Residui (LMR).

Gli LMR sono dei parametri volti a dimostrare che la presenza negli alimenti di una molecola, in una certa quantità, non determina effetti dannosi nell’uomo.

Affinché negli alimenti la sostanza farmaceutica non superi il suo LMR, è necessario attendere un certo intervallo di tempo dopo la somministrazione del medicinale, il cosiddetto “tempo di sospensione”. Esso è necessario all’animale per metabolizzare e/o eliminare una parte del principio attivo tale per cui i residui presenti nei tessuti, diminuiscano fino ad un valore considerato accettabile. Anche se in percentuale minima, gli LMR rappresentano comunque un rischio per la salute dell’uomo.

CHI CONTROLLA LA PRESENZA DEI RESIDUI DI FARMACO NEGLI ANIMALI?

  • Innanzitutto le industrie farmaceutiche, le quali devono stabilire i tempi di sospensione adeguati per ogni farmaco ad uso veterinario (considerando che esso è funzione della specie animale, della molecola e della via di somministrazione);
  • L’allevatore che deve assicurarsi che i residui del farmaco non superino i suddetti limiti di accettabilità. Egli infatti non può destinare alla macellazione un capo trattato se non è trascorso l’adeguato tempo di sospensione. Sotto la guida del proprio veterinario aziendale è tenuto per legge a compilare un apposito registro, convalidato e controllato dalla ASL, nel quale viene riportato il tipo di trattamento a cui è sottoposto l’animale, l’identificativo del capo in terapia, l’inizio e la fine della somministrazione del farmaco ed il tempo di sospensione come indicato dalla casa farmaceutica. Queste informazioni devono accompagnare l’animale al macello.
  • Infine il proprietario del mattatoio, che deve verificare che gli animali portati presso il suo stabilimento rispettino i requisiti di conformità alla normativa. In caso contrario, dovrà impedire la macellazione del capo.

TUTTI I FARMACI VETERINARI POSSONO ESSERE SOMMINISTRATI AGLI ANIMALI DA REDDITO?

La risposta è NO!

Diversi studi clinici hanno dimostrato che alcune sostanze medicinali ad uso veterinario possono causare seri problemi alla salute dell’uomo e pertanto il loro impiego è vietato.

Tra questi ci sono :

  • I farmaci β-agonisti: usati per il trattamento di patologie respiratorie e ostetriche. Al loro impiego è associato un aumento della massa muscolare e del tessuto magro. Per questo sono considerati dei promotori della crescita e vengono illegalmente utilizzati dagli allevatori in soggetti sani  per aumentarne le prestazioni. L’uso di questi farmaci negli animali produttori di alimenti è vietato anche perché nell’uomo possono causare aritmie, palpitazioni, tremori, ansia ed altri disturbi.
  • Un altro medicinale veterinario, il cui uso è stato vietato negli animali produttori di derrate alimentari è la cloropromazina. Uno psicofarmaco impiegato in medicina veterinaria come antiemetico, tranquillante ed anestetico. Nell’uomo può provocare effetti collaterali, quali ipotensione, manifestazioni allergiche, ittero, alterazioni del quadro ematico, pigmentazione della pelle.
  • Gli antibiotici nitrofurani che venivano aggiunti ai mangimi per promuovere la crescita delle masse muscolari degli animali e per impedire lo sviluppo di patologie gastrointestinali. Questi farmaci possono causare nell’uomo, se assunti per lunghi periodi o in dosi elevate, effetti gravi sulla funzionalità del sistema nervoso con danni alla vista ed all’udito.
  •  Il cloramfenicolo, un antibiotico ad azione batteriostatica, utilizzato nella terapia di numerose malattie ad eziologia batterica dell’uomo e degli animali. Spesso è stato usato (illegalmente) in apicoltura per il controllo dell’agente della peste americana. La somministrazione di questo farmaco  nell’uomo può generare danni al midollo osseo, al sangue, al fegato, ai polmoni, all’apparato riproduttivo. E’ inoltre un potenziale cancerogeno. Nelle donne  in stato di gravidanza è molto pericoloso in quanto può provocare nei neonati la cosiddetta ”Sindrome del bambino grigio” caratterizzata da inappetenza, grigiore del corpo, vomito e cianosi. Motivi questi che hanno portato ad un quasi totale ritiro dal mercato del suddetto farmaco.
  • Principi attivi estratti da piante officinali come la colchicina e la aristolochia. La prima viene utilizzata come farmaco per il trattamento di diverse patologie fra le quali la gotta e le pericarditi. In alcuni soggetti l’ingestione di colchicina può provocare vomito e diarrea, talvolta sanguinolente, seguiti da shock ipovolemico, insufficienza multi-organo, coma, convulsioni e morte. Tra altre complicazioni si possono avere alterazioni midollari, neuriti, alopecia, miopatia e malassorbimento di vitamina B12. L’ aristolochia viene utilizzata in medicina veterinaria soprattutto per la terapia delle verminosi gastrointestinali. A dosi elevate, nell’uomo può causare ipotensione, convulsioni e tossicità renale. È stato dimostrato, infine un’azione mutagena e cancerogena sulle cellule umane.
  • Alcuni antiprotozoari come sulfachinossalina, sulfadimetossina, diaveridina (SULFAC), impiegati per il trattamento della coccidiosi e delle enteriti batteriche degli uccelli da gabbia e da voliera e talvolta anche negli avicoli in genere, e farmaci anticoccidici come l’amprolium usato per il trattamento della coccidiosi nelle galline ovaiole sono controindicati durante l’ovodeposizione. Possono infatti influenzare la salute del consumatore, con effetti negativi sulla gravidanza e l’allattamento.

Nessun medicinale veterinario può essere immesso in commercio senza aver ottenuto l’A.I.C. (Autorizzazione all’Immissione in Commercio) da parte del Ministero della Salute o dall’Agenzia Europea per la valutazione dei Medicinali (EMEA). I nuovi regolamenti in vigore dal 27 gennaio 2019 e applicabili a partire dal 28 gennaio 2022 stabiliscono, quindi:

  • misure concrete per ridurre la resistenza antimicrobica e promuovere l’uso prudente e responsabile degli antibiotici;
  • il divieto dell’uso preventivo di antibiotici su gruppi di animali attraverso mangimi medicati;
  • il divieto dell’uso degli antimicrobici nei mangimi per promuovere la crescita dell’animale e aumentarne la resa;
  • restrizioni sul trattamento di controllo che previene la diffusione dell’infezione.

Con questo articolo ho voluto sottolineare ancora una volta quanto sia importante l’uso corretto dei farmaci, in questo caso specifico dei farmaci veterinari, e quanto un uso improprio possa avere conseguenze deleterie sulla salute dell’uomo.

E’ un argomento questo che mi tocca in prima persona e a cui tengo particolarmente, viste le condizioni particolari in cui versano le nostre aziende zootecniche.

Ringraziandovi ancora una volta per l’attenzione mi congedo da voi lettori con una frase del celebre filosofo tedesco, Ludwig Feuerbach:

”Noi siamo quello che mangiamo!”

Ci vediamo al prossimo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Vaccino anti-HIV: speranza o illusione ?????

infarmiamoci.it

La sindrome da immunodeficienza acquisita (Acquired Immunodeficiency Syndrome: AIDS) è una malattia immunitaria a causa virale, che colpisce in prevalenza giovani adulti e bambini. Il virus responsabile dell’AIDS appartiene alla classe dei retrovirus e se ne conoscono attualmente due varianti con effetti identici HIV 1 e  HIV 2. Mentre il ruolo epidemiologico della forma HIV 2 sembra essere trascurabile, l’Organizzazione Mondiale della Sanità calcola che HIV 1 abbia già infettato al mondo circa 40 milioni di persone.  L’HIV si presenta come un virus debole, che non resiste all’esterno dell’organismo, per cui la trasmissione richiede il contatto con un liquido corporeo contenente cellule o plasma infetti,  come sangue, sperma e secrezioni vaginali. Il contagio può avvenire mediante trasfusioni di sangue o di emoderivati  infetti, con l’inoculazione di piccole quantità di sangue contaminato attraverso lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti o per mezzo di aghi o strumenti infetti sporchi di sangue  quali rasoi e lamette. La trasmissione può avvenire per via sessuale tra soggetti  omosessuali ed eterosessuali. Il virus contenuto nel liquido seminale di maschi sieropositivi può contagiare cellule della mucosa vaginale o rettale. L’infezione può essere trasmessa anche dalle donne attraverso secrezioni vaginali infette. Il virus inoltre può essere trasmesso dalla madre infetta al figlio. Una donna HIV positiva, infatti, può trasmettere l’infezione al figlio durante la gravidanza (mediante il sangue che passa  dalla madre al feto), al momento del parto (mediante le secrezioni vaginali ed il sangue) o dopo la nascita con l’allattamento al seno  (il virus è contenuto anche nel latte materno).

La  malattia si manifesta con un aumento della temperatura accompagnato da dolore durante la deglutizione, forte stanchezza, debolezza, dolore e ingrossamento dei linfonodi, dolore alle articolazioni e alla muscolatura, nausea, vomito e diarrea persistente spesso accompagnati da un aumento del volume di fegato e milza. Tra le manifestazioni cliniche tipiche dell’AIDS troviamo ulcere delle mucose della bocca o dei genitali ed un esantema della cute simile a quello della rosolia.

Una volta che si ha il sospetto di avvenuto contagio si ricorre ai test diagnostici, tra cui il più usato è il test ELISA. Questo test in Italia va ripetuto due volte (e non più tre) la prima ad un mese e la seconda a tre mesi dal presunto contagio per poter essere certi dell’esito.


Sul fronte prevenzione purtroppo è ancora molto il lavoro da fare. Nel nostro paese, infatti, si registrano tra  3.500 e 4.000 nuovi casi di infezione da HIV, con un incremento registrato nella fascia d’età tra i 25 e i 29 anni.

Oggi la terapia anti-AIDS prevede la somministrazione combinata di farmaci anti-retrovirali in grado di bloccare la replicazione del virus senza però annientarlo definitivamente: il virus rimane latente all’interno dell’organismo e per questo motivo la terapia anti-retrovirale deve essere protratta per tutta la vita.

È proprio di mercoledì 13 febbraio la notizia che arriva nuovamente dall’ Istituto Superiore di Sanità dove la ricercatrice e direttrice del Centro Nazionale Ricerca su HIV/AIDS, Barbara Ensoli, ha messo a punto un vaccino terapeutico contro l’AIDS, il vaccino TAT.

È stato scelto questo nome perché è stato dimostrato il coinvolgimento della proteina TAT, una proteina regolatoria essenziale per la replicazione del virus HIV, nel favorire l’infezione e determinare l’immunodeficienza tipica dell’ AIDS.

Il vaccino TAT, in sperimentazione in otto centri italiani, somministrato a pazienti in terapia anti-retrovirale sembra essere in grado di ridurre del 90% il “serbatoio di virus latente”, ovvero la riserva di virus che risulta inattaccabile dalla sola terapia farmacologica. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Frontiers in Immunology”.

La dottoressa Barbara Ensoli ha tenuto a precisare: “Non si tratta di un vaccino preventivo ma terapeutico, cioè curativo nell’individuo già infettato, capace di bloccare la progressione della malattia e aiutare i farmaci ad avere maggiore effetto. Con questo vaccino si ricostituisce il sistema immunitario che inizierà a funzionare meglio riducendo notevolmente il serbatoio del virus dove i farmaci non riescono ad arrivare”.

Se tutto andrà nella giusta direzione, si avranno così notevoli vantaggi per i pazienti in cura da tanto tempo con i farmaci anti-retrovirali, il cui impiego, in questo modo, potrà in alcuni periodi essere ridotto, limitando così la loro tossicità e migliorando la qualità di vita dei pazienti stessi.

E’ bene ricordare che tutti noi possiamo tutelarci avendo cura del nostro corpo, non dimenticando l’importanza della PREVENZIONE. Come diceva Albert Einstein: ” Gli intellettuali risolvono i problemi; i geni li prevengono”.

Ci vediamo al prossimo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi