DIABETE: UN NEMICO DA CUI GUARDARSI!

A pochi giorni dalla giornata mondiale del diabete ho ritenuto opportuno dedicare questo articolo a questa malattia sempre più infima e diffusa, soprattutto tra i giovani!

Il diabete mellito o più semplicemente diabete è una condizione patologica caratterizzata da un’alterata capacità di metabolizzare i carboidrati a causa di una insufficiente produzione di insulina da parte del pancreas.

Nel pancreas si trovano le cosiddette isole di Langerhans deputate alla produzione di insulina e glucagone due ormoni che regolano i livelli ematici di glucosio. In condizioni normali i valori di riferimento della glicemia misurata tramite esame a digiuno sono compresi tra 60 e 110 mg/dl. Tali valori vengono abbassati dall’insulina ed innalzati dal glucagone. I carboidrati come lo zucchero e l’amido, rappresentano per il nostro organismo una delle principali fonti di energia. Una volta introdotti tramite l’alimentazione, vengono scomposti in zuccheri semplici dagli enzimi dell’apparato digerente. Il loro assorbimento produce un innalzamento dei livelli di glucosio nel sangue e questo aumento della glicemia stimola a sua volta le cellule pancreatiche a liberare insulina. Una volta in circolo l’insulina favorisce l’ingresso del glucosio nelle cellule per essere poi utilizzato come carburante. Questo spiega perché in caso di diabete, la mancanza di insulina rende impossibile l’impiego del glucosio, portando così ad un suo accumulo nel sangue.

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Generalmente si distinguono 3 tipologie di diabete mellito:

  • il diabete mellito di tipo 1,
  • il diabete mellito di tipo 2,
  • il diabete gestazionale.

Nel diabete mellito di tipo 1 detto anche insulino-dipendente, si ha un malfunzionamento del sistema immunitario, il quale, riconoscendo come estranee le cellule beta pancreatiche, le aggredisce e le distrugge. Questa forma di diabete insorge in età infantile ed è probabilmente causata da  un’infezione virale che colpisce gli individui geneticamente predisposti. Poiché è implicato il sistema immunitario, il diabete mellito di tipo 1 rientra a pieno diritto tra le malattie autoimmuni.

Il diabete mellito di tipo 2 invece, insorge in età avanzata, solitamente dopo i quarant’anni ed è legato ad un progressivo calo dell’azione dell’insulina, sia per una sua ridotta produzione sia per una relativa insensibilità dell’organismo all’azione dell’insulina stessa. La predisposizione genetica, una vita sedentaria, un’ alimentazione non equilibrata con eccesso di zuccheri e grassi che porta ad obesità, sono le cause di questa forma di diabete non insulino-dipendente.

Quando il diabete insorge in gravidanza si parla di diabete gestazionale. Sebbene sia transitorio e temporaneo, se non viene identificato e prontamente trattato, il diabete può essere causa di seri problemi sia per la madre che per il feto. Le donne  più a rischio sono quelle sovrappeso e con un parente di I grado affetto da questa patologia. Per prevenire ciò oggi, ogni donna in attesa viene sottoposta ad opportuni esami di screening.

EPIDEMIOLOGIA

Il diabete mellito, tra le malattie metaboliche, è sicuramente la più nota e con molta probabilità anche la più diffusa. La forma più frequente di diabete è senza dubbio quella non insulino-dipendente, il diabete di tipo 2 infatti rappresenta circa il 90% di tutti i casi di diabete nei paesi sviluppati. Nel nostro paese il diabete è particolarmente diffuso tra le persone in sovrappeso, soprattutto nelle regioni meridionali, con la Calabria in testa a tutte.

Oltre al diabete mellito esiste un’altra forma di diabete: il cosiddetto diabete insipido, caratterizzato da una eccessiva diuresi e da una sete insaziabile. Ciò che lo contraddistingue dal diabete mellito è la patogenesi. Esso è causato infatti da una ridotta o assente produzione da parte dell’ipofisi della vasopressina, un ormone antidiuretico. Raramente può essere collegato alla mancata risposta dei reni all’azione di tale ormone.

A QUALI COMPLICANZE PUO’ PORTARE IL DIABETE SE NON CURATO O SE CURATO ERRONEAMENTE?

Un diabete mellito non controllato può portare ad episodi di scompenso acuto fino al coma. Queste complicanze sono rare nel diabete di tipo 1 e ancora più rare in quello di tipo 2. Inoltre valori elevati di glicemia possono portare a gravi danni a carico di organi e tessuti. I più colpiti sono gli occhi, i reni e le arterie. La terapia del diabete mellito, se seguita correttamente, consente di ottenere un perfetto compenso glucidico e di evitare la comparsa di queste complicazioni. Fondamentale è la terapia dietetica, che a seconda del quadro clinico può essere sufficiente da sola, o essere associata all’uso dell’insulina, nel diabete di tipo 1, o a farmaci ipoglicemizzanti orali, nel diabete di tipo 2.

I farmaci usati dai pazienti diabetici sono:

  • per il diabete mellito tipo 1: insulina sintetica, da iniettare o somministrata automaticamente tramite appositi dispositivi;
  • per il diabete mellito tipo 2: stimolanti l’insulina, sensibilizzatori dei tessuti all’insulina, riduttori della neoglucogenesi, riduttori l’assorbimento del glucosio intestinale.

La somministrazione di insulina dall’esterno fornisce all’organismo l’ormone mancante, come se venisse prodotto dal pancreas. Ciò permette di assicurare, nell’arco delle 24 ore, livelli di insulina idonei a mantenere i valori glicemici entro il range. La dose totale giornaliera viene frazionata in tre somministrazioni non equivalenti, a causa del diverso apporto calorico che il paziente assume con i tre pasti principali. E’ di fondamentale importanza regolare precisamente la dose di insulina, in quanto una dose eccessiva potrebbe causare pericolosissime crisi ipoglicemiche. Essendo il glucosio il principale substrato energetico del cervello, una sua carenza provocherebbe seri disturbi della funzione cerebrale fino a causare lo stato di coma. Pertanto il trattamento deve essere tempestivo, in modo da ristabilire i valori normali della glicemia evitando così danni potenzialmente irreversibili al Sistema Nervoso.

COME INTERVENIRE IN CASO DI UNA CRISI IPOGLICEMICA?

Le crisi lievi rispondono bene alla somministrazione di acqua e zucchero, bevande dolci, frutta, biscotti e altri zuccheri a rapido assorbimento. Le crisi più gravi invece necessitano di una somministrazione endovena di glucosio. Essendo le crisi ipoglicemiche accompagnate da uno stato di alterazione della coscienza è praticamente impossibile far assumere al paziente zuccheri per via orale, in tal caso è utile una somministrazione sottocute o intramuscolo di glucagone, che porta ad un aumento dei livelli di glucosio nel sangue entro 5-10 min.

E’ di questi giorni la scoperta di un farmaco in grado di proteggere i soggetti diabetici da infarto, ictus e dalle malattie dei reni. Queste ultime, infatti, non sono rare nelle persone diabetiche, in quanto un alto livello degli zuccheri nel sangue deteriora in modo lento ma irreversibile la funzionalità renale: ciò è dimostrato dal fatto che circa 3 persone in dialisi su 10 presentano una malattia renale che origina dal diabete. Il farmaco in questione si chiama CANAGLIFLOZIN, e appartiene alla classe di farmaci inibitori della proteina SGLT-2, detti glifozine, sviluppati per ridurre la glicemia. Grazie a questo farmaco è stato possibile ridurre del 30% la mortalità delle persone con insufficienza renale o malattie cardiovascolari. Esso infatti è in grado di ridurre la mortalità cardiovascolare e la progressione della malattia renale diabetica.

L’IMPORTANZA DELLA PREVENZIONE

Per il diabete mellito di tipo 1 non è ancora possibile alcuna forma di prevenzione, mentre per quello di tipo 2 è fondamentale un corretto stile di vita fin dall’infanzia: una dieta bilanciata, una vita non sedentaria e il controllo del peso sono fondamentali per prevenire l’insorgenza del diabete. E’ indispensabile che la dieta del paziente diabetico sia ipoglucidica, è opportuno pertanto limitare il consumo degli zuccheri a rapido assorbimento, come dolci e gelati. Dal punto di vista calorico deve essere ipocalorica fino al raggiungimento del peso ideale e normocalorica nei soggetti con peso nella norma. E’ inoltre importante un adeguato apporto di fibre alimentari, che agiscono rallentando l’assorbimento intestinale degli zuccheri.

Alla luce di ciò è chiaro ancora una volta come molto spesso siamo proprio noi i principali nemici della nostra salute!

Detto ciò vi saluto ricordandovi che presto uscirà un nuovo articolo dovete potrete trovare maggiori informazioni sulla terapia farmacologica utilizzata nel trattamento del diabete. Stay tuned!

Dott. Liguori Andrea

Nuova scoperta: un farmaco antipertensivo “spazzino”!

L’ ipertensione è un innalzamento dei livelli della pressione arteriosa del sangue. La pressione arteriosa altro non è che la forza prodotta dal cuore per far scorrere il sangue nelle arterie e si esprime con due valori:

SISTOLICA: il valore più alto della pressione, quando il sangue viene pompato dal cuore a tutto l’organismo.

DIASTOLICA: il valore più basso della pressione, quando il cuore si rilassa prima di contrarsi nuovamente.

Si parla di ipertensione arteriosa quando la pressione massima è superiore a 140mmHg oppure quando la pressione minima è superiore a 80 mmHg.

Può causare molteplici sintomi come cefalea, palpitazioni, mancanza di respiro, senso di freddo, formicolii, stanchezza, acufeni, vampate di calore, turbe visive o essere completamente asintomatica.

Esistono due tipi di ipertensione:

IPERTENSIONE PRIMARIA (o essenziale): elevata pressione sanguigna senza cause evidenti. Ci sono molti fattori che possono aumentare il rischio di pressione alta: fumo, obesità, inattività fisica, cibi troppo salati, eccesso di alcool, stress, genetica, età.

IPERTENSIONE SECONDARIA: elevata pressione sanguigna provocata da cause identificabili (feocromocitoma, iperaldosteronismo primario…).

Nel trattamento dell’ipertensione bisogna tenere a mente che non sempre è necessaria una terapia farmacologica.

L’obiettivo principale del trattamento dell’ipertensione è normalizzare la pressione arteriosa quando è elevata riportandola a valori pressori nella norma. Questo obiettivo può essere raggiunto attraverso piccoli accorgimenti quali:

  • Ridurre il consumo di alcolici
  • Fare giornalmente attività fisica
  • Seguire un altro dieta povera di sale
  • Astenersi dal fumo di sigaretta

Laddove i cambiamenti nello stile di vita non fossero sufficienti è bene rivolgersi ad uno specialista per iniziare una terapia farmacologica che, nella maggior parte dei casi sarà cronica ovvero per tutta la vita.

I farmaci antipertensivi a disposizione sono veramente tanti e ognuno con un proprio meccanismo d’azione:

  • ACE-INIBITORI
  • SARTANI
  • ALFA E BETA BLOCCANTI
  • DIURETICI
  • CALCIO-ANTAGONISTI
  • VASODILATATORI DIRETTI
  • SIMPATICOLITICI AD AZIONE CENTRALE
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La scelta può ricadere su un solo farmaco o su più farmaci da assumere contemporaneamente; questo dipende dalla storia clinica del paziente e dalla presenza di patologie concomitanti al fine di evitare interazioni tra i vari farmaci.

Negli ultimi giorni uno studio condotto su topi e pesci zebra da un gruppo di ricerca dell’Università di Cambridge e pubblicato sulla rivista scientifica “Nature Communications” ha dimostrato che un noto farmaco antipertensivo appartenente alla classe dei calcio-antagonisti, la felodipina, può, oltre a ridurre la pressione arteriosa, stimolare il processo di autofagia. Attraverso questo processo è possibile eliminare gli accumuli di sostanze tossiche presenti nel cervello favorendo il rinnovamento cellulare. Questo può essere utile in alcune patologie neurodegenerative come la malattia di Huntington o la malattia di Parkinson.

Il ricercatore dell’Università di Cambridge, Michele Vendruscolo, ci tiene a precisare: “ Dal mio punto di vista la strategia di rimuovere le proteine che si aggregano stimolando l’autofagia è problematica, in quanto si tratta di un processo non selettivo che potrebbe causare la rimozione di una vasta gamma di componenti della cellula funzionali e necessari”.

A mio parere se i trial clinici dimostrassero in tempi brevi l’efficacia della felodipina nella stimolazione del processo di autofagia solo verso gli accumuli tossici, questo potrebbe rappresentare un ottimo risultato per il trattamento di patologie neurodegenerative importanti. Staremo a vedere…

Ovviamente l’argomento ipertensione e farmaci associati verrà trattato in maniera più approfondita in seguito. Con questo articolo ho voluto mettere al corrente di una nuova scoperta in ambito scientifico.

A presto con un nuovo articolo!

Dott.ssa Caridi Chiara

Le cellule nervose potrebbero rigenerarsi anche dopo la morte!

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Recenti esperimenti condotti sul cervello di maiale hanno aperto nuovi spiragli sulla prevenzione e cura dell’ictus nell’uomo. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Yale è riuscito infatti a ripristinare la circolazione e l’attività cellulare del cervello di un maiale quattro ore dopo la sua morte.

I ricercatori hanno isolato e trattato il cervello dell’animale morto con una soluzione chimica appositamente progettata e grazie ai risultati ottenuti hanno potuto dimostrare come il cervello dell’uomo e degli altri mammiferi, sia in grado di conservare la capacità di ripristinare non solo la circolazione sanguigna ma anche la funzionalità di alcune cellule dopo un arresto circolatorio.

Questo esperimento prevede l’utilizzo di un dispositivo chiamato BrainEx grazie al quale viene pompata a temperatura ambiente una soluzione chiamata BEx nelle principali arterie del cervello. In questo modo è stato possibile dimostrare non solo una riduzione della morte cellulare, ma anche il ripristino di alcune importanti funzioni cerebrali, dopo circa sei ore dall’irrorazione del tessuto postmortem.
Anche se non è ancora chiaro se questo approccio possa essere applicato ad un cervello umano deceduto da poco, visto che la soluzione chimica utilizzata è carente di molti dei componenti presenti in natura nel sangue umano, i risultati ottenuti aprono nuove prospettive sulle cure delle principali malattie neurodegenerative.
Nel caso del cervello umano infatti questo nuovo approccio ritarderebbe il processo di morte cellulare aiutando a prevenire in tal modo i danni al cervello come quelli provocati da ictus, trombosi cerebrale a altre patologie associate alla morte delle cellule neuronali.

Questo è molto importante visto che ancora ad oggi non esiste un vero e proprio trattamento in grado di agire direttamente sul meccanismo che porta alla morte delle cellule nervose una volta che questo si è instaurato!

Dott. Liguori Andrea

Dott.ssa Caridi Chiara

Un radiofarmaco per i NET!

L’AIFA ha approvato qualche giorno fa il lutezio-oxodotreotide (Lutathera) per il trattamento in pazienti adulti dei tumori neuroendocrini (NET) del tratto gastro-entero-pancreatico positivi ai recettori della somatostatina per i quali al giorno d’oggi non esistono valide terapie alternative.

Si tratta di un radiofarmaco sviluppato dall’azienda francese AAA (Advanced Accelerator Applications) e prodotto in Italia per tutto il mondo.

Il Prof. Massimo Falconi, Direttore della Chirurgia del Pancreas del San Raffaele di Milano afferma che il farmaco funziona bene nei tumori neuroendocrini del tratto gastro-enteropancreatico che presentano alti livelli di recettori per la somatostatina e che quindi può essere utilizzato laddove il trattamento con analoghi “freddi” della somatostatina non ha avuto successo. Inoltre aggiunge che può rappresentare un’alternativa alla chirurgia e ai farmaci in commercio per il trattamento di questi tumori considerati rari.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Approvato un nuovo farmaco per il tumore al seno!

La Commissione Europea ha approvato un nuovo farmaco per il trattamento del carcinoma mammario avanzato o metastatico con mutazioni ai geni BRCA 1 e 2 negativo al recettore HER-2.

Stiamo parlando della specialità medicinale LYNPARZA, il cui principio attivo OLAPARIB è già utilizzato per la cura del carcinoma ovarico.

Dal punto di vista farmacologico olaparib è un inibitore dell’enzima PARP (poli ADP-ribosio polimerasi), un enzima coinvolto nella riparazione del DNA danneggiato.

Inibendo l’attività di questo enzima, il DNA con i geni BRCA danneggiati contenuto nelle cellule tumorali non viene riparato o viene riparato con meno probabilità portando alla morte cellulare programmata delle cellule cancerose con rallentamento o arresto della crescita del tumore.

Gli effetti collaterali più comuni che si possono verificare con l’utilizzo di questo farmaco sono: neutropenia, leucopenia, diarrea, influenza, cefalea, affaticamento, dispepsia, stomatite, inappetenza. Sono stati registrati anche effetti collaterali più seri come sindrome mielodisplastica, leucemia mieloide acuta e polmonite.

Siccome può provocare danni al feto e al neonato è assolutamente vietato il suo uso in gravidanza e in allattamento.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Al via un nuovo progetto per i malati di Parkinson!

I volontari del Comitato Italiano Associazioni Parkinson hanno ideato, con l’aiuto di alcune case farmaceutiche, una piattaforma online chiamata [email protected] utile per monitorare la disponibilità dei farmaci contro il Parkinson.

Da troppi anni si assiste ormai ad una difficile reperibilità di questi farmaci. Basti pensare che in Italia e in altri paesi europei il farmaco di elezione per il trattamento della malattia di Parkinson, a base di carbidopa e levodopa, sembra essere scomparso o le confezioni immesse sul mercato non sono sufficienti a coprire le esigenze di tutte le persone colpite da questa patologia.

In aggiunta a questa piattaforma online si sta progettando anche l’attivazione di un numero verde nazionale per segnalare le varie inefficienze e migliorare così la vita di chi soffre di questa malattia e delle loro famiglie.

Al momento questo progetto è avviato in 33 città italiane ma, fortunatamente, sembra essere destinato a crescere.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

AUGURI MELOXICAM, DA 20 ANNI AL FIANCO DEI NOSTRI ANIMALI!

Quest’anno Boehringer Ingelheim celebra il 20esimo anniversario del meloxicam, il farmaco che ha notevolmente migliorato la qualità e le aspettative di vita di milioni di animali in tutto il mondo. Impiegato all’inizio per la terapia delle patologie canine, col passare del tempo si è dimostrato efficace anche nella cura di molte malattie infiammatorie e dolorose di altre specie animali, quali il porcellino d’india, i suini, gli equini e gli ovi-caprini. Oggi il meloxicam è il farmaco leader nel mondo come antinfiammatorio e antidolorifico per i bovini.

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Nei primi anni ’90 il meloxicam venne usato nell’uomo per la cura dell’artrite reumatoide e del dolore lombare acuto, mentre negli animali fu il primo antiinfiammatorio non steroideo, FANS, ad essere approvato per l’uso nei bovini date le sue proprietà antiinfiammatorie, anti-essudative, antipiretiche e analgesiche.

Esso trova impiego nel trattamento delle patologie respiratorie dei vitelli ed è uno dei farmaci di prima scelta in caso di mastite. Oltre ad essere efficace in questa patologia estremamente dolorosa, il meloxicam utilizzato come terapia di supporto è stato il primo FANS ad avere avuto effetti positivi sulla qualità del latte riducendo la conta batterica dei batteri patogeni, e aumentando la fertilità delle bovine trattate. Tra gli altri effetti indotti dal meloxicam ricordiamo un miglioramento delle condizioni cliniche dei vitelli nei casi di diarrea neonatale, una riduzione del dolore dopo la decornazione nei vitelli, e un importante effetto analgesico nella chirurgia addominale, ad esempio, dopo un taglio cesareo.

Tutto ciò spiega perchè il meloxicam resta ad oggi il farmaco antinfiammatorio più studiato e usato nella terapia degli animali d’allevamento, oltre ad essere un farmaco sicuro e con una lunga durata d’azione!

Dott. Liguori Andrea

Dott.ssa Caridi Chiara

Nuovi effetti collaterali registrati per un farmaco!

È stata avviata una revisione da parte dell’EMA circa gli effetti collaterali del medicinale utilizzato per il trattamento della sclerosi multipla recidivante-remittente, alemtuzumab.

Alcuni studi hanno infatti registrato la comparsa di nuovi effetti collaterali a fegato, polmoni, cuore e vasi sanguigni.

Chi fa uso di questo farmaco viene rassicurato: “I pazienti trattati con il farmaco che ne traggono beneficio possono continuare il trattamento consultandosi con il proprio medico”.. Le restrizioni all’uso sono comunque state fissate.

L’EMA raccomanda di aggiornare le informazioni sul prodotto in caso di patologie immuno-mediate e di consultare il medico con tempestività nel caso in cui compaiano questi effetti collaterali.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

Dimetilfumarato: una valida cura per la Psoriasi

La psoriasi è una patologia frequente, cronica e recidivante, che insorge generalmente in giovane età e viene esacerbata da situazioni di stress. Essa è caratterizzata da papule e placche secche, ben delimitate, di forma e grandezza variabile e ricoperte da squame argentee facilmente scollabili dai piani sottostanti.

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In base al tipo di lesione la Psoriasi si distingue in:

  • puntata, caratterizzata da piccoli elementi puntiformi;
  • guttata, con lesioni lenticolari rotondeggianti;
  • nummulare, che si manifesta con lesioni delle dimensioni di una moneta;
  • a placche, che presenta ferite molto ampie.

Tra le cause più frequenti che portano a questa malattia oltre allo stress e all’uso di alcuni farmaci tra cui il litio, gli antimalarici ed i farmaci per l’ipertensione, possiamo annoverare infezioni come quelle sostenute da batteri come lo Streptococco e virus, tra cui i retrovirus responsabili dell’HIV. Non bisogna dimenticare inoltre la componente genetica, alcuni studi indicano infatti che nella maggior parte dei casi la psoriasi è ereditaria in quanto l’incidenza della malattia è elevata nei parenti delle persone affette. 

La psoriasi si manifesta principalmente sui gomiti e sulle ginocchia e talvolta sul cuoio capelluto dove causa un’ abbondante forfora bianca. Una volta grattate, le lesioni si sfaldano in scaglie, scoprendo una pellicina che se asportata, mette a nudo una superficie arrossata su cui compaiono piccole gocce di sangue. La psoriasi  può assumere caratteristiche particolari a seconda della sede e del grado di essudazione della lesione.

Quelle localizzate sulla pianta dei piedi e sul palmo delle mani si presentano arrossate  e con desquamazioni a grandi lembi o di tipo verrucoso. Quando invece si manifesta  a livello delle grandi pieghe ( inguine, ascelle, glutei) si parla di psoriasi invertita, con lesioni di colore rosso brillante lisce e lucide. Se l’essudazione è localizzata nel nucleo di una squama secca, si presenta come una bolla superficiale, dalla quale fuoriesce un liquido, in questo caso si parlerà di psoriasi ostracea.

La terapia della psoriasi si basa principalmente sull’utilizzo dei cosiddetti farmaci cheratolitici e psoralenici in associazione ai raggi UVA ad alta intensità. Il trattamento con cortisonici locali deve essere limitato a brevi periodi di tempo, visti gli effetti indesiderati associati ad un uso prolungato del cortisone e suoi derivati. Alcuni farmaci molto efficaci come l’isotretinoina, devono essere impiegati con molta attenzione dalle donne in età fertile, soprattutto per gli effetti teratogeni che questo farmaco ha sul feto, ecco perché i medici lo prescrivono in associazione con farmaci anticoncezionali. I prodotti idratanti ed emollienti vengono usati come trattamento complementare e sono efficaci durante la fase di remissione e di riacutizzazione della Psoriasi.  Durante la fase cheratosica iniziale, fase in cui iniziano a formarsi le placche di psoriasi,  gli agenti cheratolitici sono molto efficaci grazie alle loro proprietà esfolianti. Essi aiutano a ridurre le placche desquamate di psoriasi in quanto esfoliano la pelle in eccesso. Questi farmaci possono essere usati insieme alle creme idratanti ed emollienti. 

E’ di questi giorni la notizia che l’ Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ha approvato un nuovo medicinale, a base di dimetilfumarato, per il trattamento della psoriasi a placche di grado moderato-grave negli adulti. Esso appartiene alla categoria degli esteri dell’acido fumarico, studiati per la prima volta per il trattamento della psoriasi nel 1959. Questa sostanza riduce l’attività del sistema immunitario, si ritiene infatti che agisca sui linfociti T per impedire alle cellule di produrre sostanze che causano infiammazioni e determinano la psoriasi.

La terapia con gli esteri dell’acido fumarico si distingue dalle altre opzioni terapeutiche per la sua azione a lungo termine e la flessibilità dei dosaggi che permettono una cura personalizzata. Nonostante non sia scevro da effetti collaterali, la sua efficacia e l’elevata tollerabilità lo rendono una valida alternativa, in particolare nella terapia a lungo termine, limitando in questo modo l’impiego di farmaci biologici sicuramente molto efficaci ma con un maggior impatto economico sul Sistema Sanitario Nazionale.

Il dimetilfumarato non deve essere somministrato a pazienti con gravi problemi all’apparato digerente, al fegato o ai reni e inoltre non deve essere usato dalle donne in stato di gravidanza o durante l’allattamento. Per tutti questi motivi voglio ricordarvi che prima di assumerlo è fondamentale leggere il foglietto illustrativo oppure consultare il proprio medico curante o il farmacista.

Dott. Andrea Liguori



Il rovescio della medaglia degli integratori!

Antonio Craxì, ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo, ha affermato all’International Liver Congress a Vienna che gli integratori e i prodotti a base di erbe sono la seconda causa di danno al fegato preceduti dai FANS (farmaci antinfiammatori non steroidi).

Il professor Craxì spiega che gli integratori sono prodotti poco controllati e che alcuni studi hanno dimostrato che l’etichetta non riporta tutte le sostanze attive presenti nel preparato.

Conclude dicendo:” Si pensa di prendere un prodotto naturale, senza sapere cosa si sta assumendo davvero, o sottovalutando il rischio di interazioni”.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori