Ictus: quanto tempo abbiamo per intervenire?

L’ictus cerebrale è causato dall’interruzione del flusso sanguigno in una parte del cervello. Esistono due tipi di ictus:

ICTUS EMORRAGICO: si verifica in seguito alla rottura di un vaso cerebrale.

ICTUS ISCHEMICO: si verifica in seguito alla chiusura di un vaso cerebrale.

In entrambi i casi, le cellule cerebrali si danneggiano; nel primo caso il sangue che fuoriesce dal vaso esercita una compressione sui neuroni, nel secondo caso i neuroni muoiono a causa della mancanza di ossigeno e nutrimento portati dal sangue.

L’ictus è una patologia neurologica in cui il fattore TEMPO risulta fondamentale: prima si interviene e prima si limitano i danni. Si parla di danni come: paralisi della metà del corpo, deficit neurologici, deficit visivi, impossibilità di articolare un discorso e di capire.

Basti tenere presente che l’ictus, in Italia, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori rappresenta la terza causa di disabilità.

Per questo motivo alla comparsa dei primi sintomi è bene che il paziente colpito venga trasportato al pronto soccorso dotato dell’Unità Vascolare più vicino.

Oggi, però, sembra esserci una notizia.. una buona notizia che arriva direttamente dal Congresso dell’European Stroke Organisation.

Ora come ora si può intervenire, in caso di ictus, entro 4-5 ore dall’insorgenza dei sintomi con la terapia fibrinolitica a base di alteplase, un farmaco capace di sciogliere il trombo e ristabilire il flusso sanguigno, e entro 6 ore con la trombectomia meccanica che consente di sciogliere il coagulo di sangue attraverso l’utilizzo di device meccanici per via endovascolare.

Gli esperti riuniti nei giorni scorsi al congresso hanno evidenziato, con uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Lancet, che il trattamento trombolitico può essere somministrato non più entro 4-5 ore ma fino a 9 ore dalla comparsa dei sintomi. Come afferma Vincenzo Di Lazzaro, Direttore di Neurologia del Campus Bio-Medico di Roma, “questo tipo di approccio può essere utilizzato solamente in pazienti valutati con indagini neuroradiologiche avanzate in grado di dimostrare e di quantificare la presenza di tessuto cerebrale che può essere ancora recuperato. È perciò richiesta un’organizzazione ancora più complessa delle unità di trattamento neurovascolare in termini di apparecchiature e, soprattutto, di personale dedicato”.

Questa sicuramente rappresenta una novità importante in campo medico nel trattamento dell’ictus ma ovviamente, come sempre nella ricerca, sono necessari ulteriori studi prima di confermare i risultati ottenuti.

Come dice l’esperto di Lazzaro è necessario capire che la tempestività, in caso di ictus, è di primaria importanza perché “più precoce è l’intervento, più efficaci sono le terapie, minori sono le complicanze acute del trattamento e minore è il deficit residuo del paziente”.

A mio avviso se questi risultati verranno convalidati da nuove indagini e se gli ospedali si arricchiranno di personale specializzato e di apparecchiature all’avanguardia, forse diminuirà il numero delle persone che, ad oggi, perdono la vita per una patologia a volte non riconosciuta all’istante e perciò non trattata come dovrebbe.

Dott.ssa Chiara Caridi.


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