Covid-19: Sangue Amico.

Come vi abbiamo già accennato per arginare la pandemia innescata dal nuovo Coronavirus può essere utile ricorrere al plasma delle persone che hanno affrontato e superato l’infezione. In Cina, nell’ospedale di Wuhan, già a febbraio era stata avviata questa terapia a base del cosiddetto “plasma di convalescenza”, ottenendo buoni risultati.

L’uso del plasma di pazienti convalescenti era stato già contemplato in passato per la cura di malattie come l’Ebola, la SARS, la pandemia influenzale H1N1 (Aviaria) e la MERS. Nelle gravi epidemie virali per le quali non esistono terapie consolidate è infatti possibile l’utilizzo del plasma da pazienti guariti, per la cura dei soggetti malati.

Il punto chiave di questa terapia consiste nel fatto che ogni qualvolta ci ammaliamo il nostro organismo, per combattere le infezioni, produce anticorpi. Una volta guariti, il plasma, che rappresenta la parte liquida del sangue conterrà oltre ad altri elementi, le immunoglobuline, risultando così “iperimmune”. Si pensa che si debba proprio a loro la capacità di facilitare il recupero di altri pazienti e ridurre così la gravità della malattia. In altre parole il plasma prelevato conterrà alte concentrazioni di anticorpi in grado di distruggere il virus.

Il Policlinico San Matteo di Pavia e altri centri di ricerca internazionale stanno lavorando a questa strategia terapeutica. I potenziali donatori di plasma saranno selezionati in base a caratteristiche specifiche. Secondo l’OMS un paziente si definisce guarito se non manifesta i sintomi dell’infezione e se, sottoposto a due tamponi a distanza di 24 h l’uno dall’altro, entrambi i test danno esito negativo.

Questo protocollo sperimentale portato avanti dall’equipe del dottor Cesare Perotti, responsabile del servizio di Immunoematologia e Medicina trasfusionale del Policlinico Universitario San Matteo di Pavia, prevede il prelievo del plasma, tramite procedimento di plasmaferesi, da un gruppo di pazienti Covid-19 donatori. Prima di tutto si raccoglie il plasma della persona guarita attraverso un separatore cellulare, che divide la parte liquida del sangue, il plasma, composto da acqua, proteine, nutrienti e ormoni, dalla parte cellulare, composta soprattutto dai globuli rossi. Dopo essere stato congelato, ed aver ottenuto il via libera dall’Istituto Superiore di Sanità il plasma verrà quindi infuso in una serie di pazienti sintomatici tra quelli ricoverati in terapia intensiva. Questa procedura prevede un massimo di tre trasfusioni in 5 giorni di circa 250-300 ml.

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I primi donatori sono due medici della provincia di Pavia, marito e moglie di Pieve Porto Morone, primi casi di contagio da Coronavirus in quella zona. Finora sono stati nove i pazienti sottoposti a questo trattamento, cinque al San Matteo e quattro all’ospedale di Mantova e sembra che stiano rispondendo bene: “I risultati sono incoraggianti. Si sceglie questa terapia in caso di grave insufficienza respiratoria. Nella maggior parte dei casi si tratta di malati sottoposti a ventilazione meccanica non invasiva” – ha spiegato il direttore della Pneumologia del Poma Giuseppe De Donno – “gli obiettivi sono evitare il peggioramento delle condizioni e l’intubazione, interrompere precocemente la ventilazione non invasiva e raggiungere una stabilizzazione“.

Nonostante la plasmaterapia si prospetti vantaggiosa ed i risultati sono incoraggianti sono necessari numerosi studi clinici, prima di usarla regolarmente su tutti pazienti Covid-19. Le limitazioni sono molte ed è anche piuttosto scarsa l’evidenza dei risultati. È vero che i pazienti guariti, hanno sviluppato anticorpi specifici, ma è altrettanto vero che il loro plasma potrebbe riportare valori non proprio ottimali per una somministrazione, motivo per cui non si può considerare come una terapia efficace per qualsiasi tipo di infezione.

Considerando però l’attuale stato di emergenza pubblica, mentre prosegue la ricerca di un farmaco efficace e di un vaccino, la FDA (Food and Drug Administration) ne consente il cosiddetto “uso compassionevole”, ovvero come farmaco sperimentale, per il trattamento di pazienti gravi o in pericolo di vita.

Alla luce di tutto ciò è chiaro come il plasma sia una risorsa preziosa e non sorprende il fatto che sia usato come materia prima per produrre farmaci salvavita, come i cosiddetti medicinali plasmaderivati, da qualche tempo oggetto dell’attenzione di diverse aziende farmaceutiche. Come le altre, anche la sieroprofilassi è una pratica non esente da effetti collaterali dovuti perlopiù alle difficoltà di purificazione. Per questo motivo Gianni Rezza, a capo del reparto di malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità, afferma che sarebbe meglio investire nella produzione di anticorpi monoclonali, prodotti sinteticamente.

Nonostante questo però la sieroprofilassi rimane una valida arma alla lotta contro il Coronavirus. E’ d’obbligo ricordare ancora una volta l’importanza del ruolo di medici, infermieri e operatori sanitari che ogni giorno mettono a rischio la propria vita. Dovrebbe far riflettere il fatto che i primi due donatori sono proprio due medici e che il virus ha contagiato circa 10.000 operatori sanitari provocando la morte di 69 medici dall’inizio dell’epidemia.

Dott. Andrea Liguori

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