CHI SIAMO

RITIRATO UN NUOVO FARMACO!!

L’AIFA ha disposto il ritiro dalle farmacie di 12 lotti del medicinale CARBOCISTEINA EG utilizzato per il trattamento della tosse e delle malattie da raffreddamento.

In particolare si tratta dei lotti n. 1701 scad. 04-2019, 1702 scad. 05-2019, 1703 scad. 05-2019, 1704 scad. 09-2019, 1705 scad. 09-2019, 1706 scad. 09-2019, 017 scad. 09-2019, 027 scad. 09-2019, 038 scad. 04-2020, 048 scad. 04-2020, 058 scad. 06-2020 e 068 scad. 07-2020.

VIA LIBERA AD UN NUOVO FARMACO!!

L’EMA autorizza un nuovo medicinale per il trattamento della beta-talassemia, una malattia ematologica ereditaria che provoca una grave anemia. Si tratta di Zynteglo, un farmaco orfano destinato agli adulti e agli adolescenti dai 12 anni in su che combattono con questa patologia e necessitano di continue trasfusioni di sangue.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

NOTA INFORMATIVA DELL’AIFA SULL’USO DI TIOCOLCHICOSIDE.

L’AIFA ha divulgato un’importante nota informativa sull’uso di farmaci a base di tiocolchicoside (tra questi il più noto è il Muscoril) in gravidanza o in allattamento.

Studi preclinici evidenziano un rischio di genotossicità associato all’uso di tiocolchicoside sotto forma di capsule rigide, compresse orodispersibili e soluzione iniettabile per uso intramuscolare.

Per questo motivo questa sostanza non deve essere prescritta a donne in gravidanza o in allattamento e a donne potenzialmente fertili. Le donne potenzialmente fertili, in caso di assunzione di questo farmaco, devono necessariamente adottare metodi contraccettivi efficaci per evitare una gravidanza e di conseguenza seri danni per il feto.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori.

FARMACI GASTROPROTETTORI

Si definiscono farmaci gastroprotettori quei farmaci utilizzati per proteggere la mucosa gastrica. Essi comprendono:

  • gli inibitori della pompa protonica (IPP),
  • gli antagonisti dei recettori istaminici H2,
  • gli antiacidi.    

La mucosa del nostro stomaco in condizioni normali produce circa un litro / un litro e mezzo al giorno di succhi gastrici. Il succo gastrico si presenta come un liquido semitrasparente fortemente acido ed inodore composto da diverse sostanze, tra cui acqua, acido cloridrico, muco, sodio, potassio, bicarbonato, fattore intrinseco ed enzimi digestivi come la pepsina, la lipasi gastrica, la gelatinasi e la rennina. La funzione principale degli acidi gastrici è quella di degradare e digerire il cibo. Ciò è possibile proprio grazie alla loro acidità. Il lavoro chimico del succo gastrico è facilitato dall’attività contrattile della parete dello stomaco che provoca un continuo rimescolamento del cibo ingerito, promuovendo così l’azione degli enzimi.

Il grado di acidità è molto importante per la salute ed il corretto funzionamento del tratto gastro intestinale. Quando la concentrazione di acido cloridrico nei succhi gastrici è bassa o assente, l’organismo è soggetto ad un aumentato rischio di infezioni del tratto gastro-intestinale con sintomi quali difficoltà digestiva e reflusso. Quando invece l’acidità dei succhi gastrici è alta le difese della mucosa gastrica si riducono, con comparsa di ulcere, dolore e vomito.

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COME AGISCONO QUESTI FARMACI?

  • I farmaci antiacidi sono utilizzati per neutralizzare l’acidità gastrica, proteggendo chimicamente la mucosa di esofago, stomaco, e duodeno in tutte quelle condizioni in cui il pH dei succhi gastrici si abbassa. Essi non eliminano la causa dell’iperacidità, ma agiscono a livello sintomatico, eliminando gli effetti prodotti dall’acidità gastrica. L’azione di alcuni di essi è diretta ( svolta cioè all’interno dello stomaco), mentre quella di altri è di tipo indiretto intervenendo nella produzione dell’ acido gastrico. I farmaci antiacidi devono quindi aumentare il ph gastrico portandolo a valori compresi tra 3,5 e 4,5. Essi inoltre devono essere assorbiti a livello sistemico, altrimenti il loro effetto andrebbe a ripercuotersi non solo sul pH della mucosa gastrica, ma anche sul pH ematico.
  • Gli inibitori della pompa protonica (IPP) agiscono inibendo la secrezione acida dello stomaco, ostacolando così la produzione di acido cloridrico, responsabile dell’acidità. Assunti quotidianamente sono in grado di ridurre la produzione giornaliera di acido di oltre il 90%. Sebbene qualcuno venga assunto per via endovenosa la maggior parte degli inibitori di pompa viene assunta per via orale. Questi farmaci sono inoltre accomunati dal suffisso “–prazolo” che li rende facilmente riconoscibili. Essi dovrebbero essere assunti prima o durante i pasti perché è proprio in questo momento che si ha la produzione di acido da parte della mucosa gastrica.
  • Gli antagonisti dei recettori istaminici H2 detti anche H2 antagonisti agiscono bloccando la produzione di acido cloridrico indotta dall’istamina riducendo così la secrezione gastrica, soprattutto notturna. Sono assunti per via orale sotto forma di compresse e sciroppo e per via endovenosa sotto forma di fiale. Questi farmaci sono accomunati dal suffisso “- tidina” (es. ranitidina).

QUALI SONO GLI EFFETTI COLLATERALI ASSOCIATI ALL’USO DEI FARMACI GASTROPROTETTORI?

Come sappiamo, un uso scorretto dei farmaci ha conseguenze negative sulla salute dell’uomo. Il problema con i farmaci gastroprotettori è legato al fatto che la maggior parte di loro viene assunta per periodi di tempo molto lunghi.

Tra gli effetti collaterali di questi farmaci ricordiamo: vomito, cefalea, alterazioni della motilità intestinale, con conseguente stipsi e diarrea, ed eruttazioni gassose dovute alla dilatazione della parete gastrica. A questi si aggiungono poi tutta una serie di effetti collaterali di entità piuttosto grave quali: tumori, malattie autoimmuni, diminuzione della fertilità ed impotenza, malattie renali acute e croniche, osteoporosi con conseguente aumento di fratture, infezioni da Clostridium difficile e polmonite, aumento dei livelli di Magnesio e problemi cardiovascolari.

Milioni di persone utilizzano quotidianamente un gastroprotettore non solo per la cura di patologie  come gastrite,  reflusso gastroesofageo, ulcera gastrica e infezioni sostenute da Helicobacter Pylori ma anche per prevenire gli effetti potenzialmente dannosi che si possono manifestare con un uso prolungato di altri farmaci, prima tra tutti gli antinfiammatori non steroidei.

Inoltre molti pazienti che devono seguire una cura antibiotica assumono preventivamente il farmaco gastroprotettore allo scopo di preservare lo stomaco dal danno che si potrebbe avere in caso di terapia antibiotica lunga e ripetuta. In realtà, così facendo si rischia di passare “dalla padella alla brace” perché come abbiamo visto gli effetti indesiderati associati ad un uso prolungato di questi farmaci non sono trascurabili e inoltre recenti studi confermano che l’effetto protettivo dei gastroprotettori durante la terapia antibiotica non è sostenuto da alcun dato scientifico.

CONCLUSIONI

Alla luce di tutto ciò è consigliabile quindi assumere i farmaci gastroprotettori solo se strettamente necessari, per il minor periodo di tempo possibile e solo sotto stretto controllo medico.

Dott. Andrea Liguori


ANEMIA MEDITERRANEA:UN NUOVO FARMACO A SALVAGUARDIA DEI GLOBULI ROSSI!

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L’anemia mediterranea, nota anche come beta-talassemia, è una malattia ereditaria diffusa soprattutto nei paesi del bacino del Mediterraneo. Appartiene alla famiglia delle Talassemie e si distingue in:

  • TALASSEMIA MAJOR: la forma più invalidante,
  • TALASSEMIA INTERMEDIA: con una sintomatologia variabile,
  • TALASSEMIA MINOR: la forma più lieve che si manifesta quasi sempre in maniera asintomatica.

Si tratta di una malattia ematica causata da una mutazione del gene HBB che provoca la distruzione precoce dei globuli rossi e la mancata produzione delle proteine che danno vita all’emoglobina, la molecola che trasporta l’ossigeno dai polmoni ai tessuti ed espelle l’anidride carbonica. Da qui deriva una scarsa ossigenazione di tessuti, organi e muscoli che causa stanchezza e altri sintomi.

I sintomi dell’anemia mediterranea variano in relazione al tipo di talassemia (major, intermedia o minor). Nella talassemia minor i sintomi sono molto lievi o addirittura assenti mentre nella talassemia major sin dai primi mesi di vita il soggetto manifesta ittero, con pelle e occhi ingialliti, crescita lenta e ingrossamento delle ossa del cranio. Successivamente si aggiungeranno altri sintomi, anche se non necessariamente tutti insieme, quali: splenomegalia, sonnolenza o stanchezza, urine scure, pallore, deformità ossee, dolori addominali. Poiché gli individui affetti da questa malattia hanno i globuli rossi di forma irregolare e più piccoli e meno numerosi rispetto al normale, la diagnosi di anemia mediterranea avviene mediante un semplice esame del sangue.

In caso di anemia mediterranea, oltre alle variazioni dei globuli rossi, i valori di ferro e ferritina nel sangue sono elevati. L’anemia mediterranea può essere diagnosticata anche mediante test molecolari tra cui i test prenatali che si possono eseguire in laboratorio prima della nascita per sapere se il bambino sarà affetto o meno da questa patologia. Tra questi test ritroviamo:

VILLOCENTESI: una tecnica invasiva che consiste nel prelievo dei villi coriali dalla placenta. Si effettua tra l’undicesima e la tredicesima settimana.

AMNIOCENTESI: consiste nel prelievo di un piccolo volume di liquido amniotico. Si esegue ambulatorialmente e non richiede anestesia. Può essere effettuata a partire dalla quindicesima settimana di gravidanza.

Per quanto riguarda la terapia le forme minori non necessitano di alcun trattamento, a meno che non coesista una carenza di ferro. Nei casi di talassemia major o morbo di Cooley, che nelle sue forme più gravi riduce sensibilmente la qualità della vita, è necessario che il paziente si sottoponga a trasfusioni di sangue e all’uso di farmaci ferrochelanti. In alcuni casi però la richiesta di trasfusioni non può essere soddisfatta per motivi legati al sovraccarico di ferro, complicando ulteriormente il quadro clinico.

Per favorire una corretta terapia è opportuno che tutti i soggetti talassemici conducano una “vita sana”, a partire da una dieta equilibrata che riduca la quantità di ferro di provenienza animale talvolta in associazione con un’integrazione di acido folico.

Recentemente sono stati scoperti alcuni farmaci innovativi, chiamati “farmaci trappola” in grado di preservare i globuli rossi dalle sostanze dannose. E’ stato dimostrato che attraverso l’uso di una proteina chiamata Luspatercept è possibile ridurre la gravità dell’anemia mediterranea. Questa proteina infatti è in grado di catturare alcune sostanze responsabili della morte prematura dei globuli rossi nel midollo osseo. Il suo impiego risulta molto vantaggioso soprattutto per quei pazienti la cui salute dipende da continue e costanti trasfusioni. Grazie alla somministrazione cutanea del Luspatercept infatti è stato possibile migliorare significativamente la qualità della vita di questi pazienti riducendo la frequenza delle trasfusioni. Mentre nei casi più gravi sono necessarie iniezioni di questa proteina ogni tre settimane, nei casi più lievi è possibile saltare qualche iniezione.

Un’ulteriore possibilità di cura è rappresentata dalla terapia genica, nello specifico dall’autotrapianto di un “gene sano” all’interno delle cellule del paziente. In altre parole vengono prelevate dal paziente alcune cellule, e dopo averle modificate in laboratorio da queste si ottiene un nuovo gene che, una volta autotrapiantato preverrà la mutazione a carico dell’emoglobina.

Alla luce di quanto detto appare chiaro quanto sia importante la prevenzione anche in caso di malattie come questa. E’ molto importante infatti individuare i soggetti sani, portatori del tratto talassemico, in quanto i figli di due portatori hanno un’elevata probabilità di sviluppare la talassemia major.

Dott.ssa Chiara Caridi

Dott. Andrea Liguori

ANTIBIOTICO RESISTENZA: APRIAMO GLI OCCHI!!!

Oggi sono qui con voi a parlare di un’emergenza sanitaria a tutti gli effetti. Il Prof. Giovanni Rezza, Responsabile del Dipartimento Malattie Infettive dell’ ISS, l’ha descritta come “epidemia silente”. Sto parlando dell’antibiotico-resistenza (AR). Nell’UE ogni anno muoiono circa 33 mila persone per infezioni resistenti agli antibiotici, 1/3 di loro muore in Italia. Siamo il paese in cui si prescrivono più antibiotici al mondo. Per capire bene di cosa stiamo parlando cerchiamo di andare per gradi.

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COSA SONO GLI ANTIBIOTICI?

Gli antibiotici sono farmaci utilizzati nella cura delle infezioni causate dai batteri. Non sono assolutamente efficaci nel trattamento di infezioni virali come l’influenza e il raffreddore.Il primo antibiotico ad essere scoperto fu la penicillina nel 1928 da Alexander Fleming. Esistono diverse classi di antibiotici classificati in base a:

  • Struttura chimica: molecole con caratteristiche simili.
  • Spettro d’azione: ampio, medio e ristretto.
  • Tipo d’azione: batteriostatici o battericidi. Un antibiotico si dice batteriostatico quando blocca la riproduzione del batterio senza ucciderlo mentre si dice battericida quando provoca la morte del batterio.
  • Origine: estrattiva, semisintetica e chimica.
  • Carica elettrica: antibiotici a carattere acido, basico o neutro.
  • Meccanismo d’azione: inibizione della sintesi della parete cellula, inibizione della sintesi proteica, alterazione della funzione della membrana plasmatica, inibizione dei meccanismi di replicazione e di trascrizione degli acidi nucleici, antibiotici che agiscono come antimetaboliti.

Quando si assume un antibiotico bisogna rispettare modalità, dosaggio e durata della terapia proprio per evitare il fenomeno dell’antibiotico-resistenza.

COSA SI INTENDE PER ANTIBIOTICO-RESISTENZA?

Con il termine antibiotico-resistenza si intende la capacità di un batterio di resistere ad una cura antibiotica. La resistenza può essere di due tipi:

  • NATURALE: quando il batterio è naturalmente resistente ad un antibiotico.
  • ACQUISITA: quando il batterio diventa resistente attraverso modificazione del proprio patrimonio genetico.

QUALI SONO I MECCANISMI DI ANTIBIOTICO RESISTENZA?

I principali meccanismi di resistenza agli antibiotici sono:

  1. MANCATO RAGGIUNGIMENTO DEL SITO BERSAGLIO
  2. INATTIVAZIONE DEL FARMACO
  3. ALTERAZIONE DEL SITO BERSAGLIO

Un antibiotico per poter svolgere la sua azione ed essere efficace deve entrare nella cellula batterica, legarsi al sito bersaglio e modificare le sue funzioni. Se questo non avviene vuol dire che il microrganismo è diventato resistente a quell’antibiotico. Questo può risultare pericoloso perché il batterio può, nel frattempo, moltiplicarsi e trasferire la sua capacità di resistere anche ad altri batteri o a batteri della stessa specie. Un altro problema è rappresentato dal fatto che i batteri possono diventare resistenti a più antibiotici contemporaneamente. Tra i batteri diventati resistenti agli antibiotici i più importanti sono:

  • STAPHYLOCOCCUS AUREUS
  • KLEBSIELLA PNEUMONIAE
  • CAMPYLOBACTER
  • ESCHERICHIA COLI.

QUALI SONO LE CAUSE DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA?

Tra le principali cause dell’antibiotico-resistenza ritroviamo:

  • Uso eccessivo e scorretto degli antibiotici
  • Uso degli antibiotici per curare le infezioni virali
  • Abuso degli antibiotici nel settore zootecnico e veterinario

L’antibiotico-resistenza è un fenomeno che, purtroppo per noi, non riguarda solo la medicina umana ma anche la medicina animale. In Italia circa il 70% degli antibiotici vengono utilizzati in ambito zootecnico. Somministrando agli animali gli stessi antibiotici destinati ad uso umano per impedire lo sviluppo delle infezioni nei grandi allevamenti, i batteri resistenti sviluppatisi negli animali arriveranno sulle nostre tavole e li assumeremo anche noi attraverso il cibo.

QUALI SONO LE CONSEGUENZE DELL’ANTIBIOTICO RESISTENZA? COSA SI RISCHIA?

Le infezioni provocate da ceppi batterici resistenti agli antibiotici rappresentano da diverso tempo un serio problema per la salute pubblica, soprattutto negli ospedali e nelle case di cura. Le persone più esposte alle infezioni ospedaliere sono gli anziani over 65, i bambini e gli immunodepressi.

In Italia circa il 30-60% dei batteri che causano infezioni ospedalieri sono diventati resistenti. Quello che preoccupa è che se tutti gli antibiotici che abbiamo a disposizione diventassero inefficaci anche le infezioni più banali non si riuscirebbero a debellare e non sarebbe più possibile eseguire interventi chirurgici, trattamenti di chemioterapia o trapianti di organi. E tutto questo aumenterebbe il tasso di mortalità.

Delle conseguenze dell’antibiotico-resistenza e non solo ne ha parlato ampiamente la trasmissione “Presa diretta” il 9 marzo in un appuntamento dal titolo “Malati di farmaci”. Una trasmissione molto interessante che ha cercato di aprire gli occhi su quella che io definisco una catastrofe di dimensioni impressionanti. Voglio citare solo alcune cose che sono state affermate e dimostrate a “Presa diretta”.

  1. Nel laboratorio del microbiologo, Francesco Broccolo, è stato dimostrato come anche negli alimenti (in questo caso campioni di insalata) crescono batteri antibiotico-resistenti come Klebsielle, Enterococchi, Escherichia Coli e Pseudomonas. Questo non vuol dire che se si mangia l’alimento contaminato si contrae l’infezione ma vuol dire che i batteri presenti nell’alimento possono trasferire la resistenza che hanno agli antibiotici ad altre speci batteriche o a speci batteriche della stessa specie presenti nell’intestino.
  2. Quasi nel 50% dei casi in cui gli antibiotici sono prescritti non sono necessari come ad esempio nell’influenza. Contro il virus influenzale questo farmaco non hanno alcun effetto. Solo 1 / 4 delle influenze sono di natura batterica.
  3. L’azienda svedese Hemocue ha inventato una macchinetta commercializzata in Italia dal Dott. Tommaso Bruno. Come lui afferma si tratta di “una specie di semaforo che può dirci se ci troviamo di fronte ad un’infezione batterica o ad un’infezione virale. È uno strumento che consente di leggere il numero di globuli bianchi”. In base al numero che esce sulla macchinetta si parla di infezione virale o batterica e si decide o meno se è il caso di iniziare una terapia antibiotica. Purtroppo questo strumento non è ancora stato adottato in tutta Italia.
  4. La Svezia è la nazione europea in cui si consumano meno antibiotici al mondo. Questo perché si controllano continuamente le prescrizioni di antibiotici di ogni ambulatorio del paese e perché il Ministero della Salute ha finanziato diverse campagne di sensibilizzazione per insegnare l’uso consapevole degli antibiotici.
  5. Alcuni studi del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie a Stoccolma hanno dimostrato che l’impatto dell’antibiotico-resistenza è paragonabile a quello di HIV, tubercolosi e influenza messi insieme.

COSA STA FACENDO DI CONCRETO L’ITALIA?

Il Ministero della Salute ha avviato il progetto Spincar (Supporto al piano nazionale di contrasto dell’antimicrobico-resistenza) per cercare di contrastare l’antibiotico-resistenza nell’ambito umano, animale e ambientale. Verranno sviluppati alcuni standard e indicatori che aiuteranno le varie regioni e le aziende sanitarie a raggiungere gli obiettivi previsti dal Piano Nazionale. Su una piattaforma informatica, coordinata dall’ISS, si registreranno i risultati sull’applicazione degli standard e si monitorerà lo stato attuale della situazione e gli eventuali progressi del sistema.

Secondo le parole di Claudio D’Amario e Stefania Iannazzo, della Direzione Generale della Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute, questo progetto genererà più consapevolezza in chi usa gli antibiotici e se tutto andrà per il meglio entro Marzo 2021 “si potranno raggiungere risultati molto vicini a quelli di paesi Europei più virtuosi”.

COSA POSSIAMO FARE NOI NEL NOSTRO PICCOLO PER RIDURRE IL FENOMENO DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA?

Per ridurre il fenomeno dell’antibiotico-resistenza è bene tenere a mente che assumere un antibiotico in modo scorretto non ha ripercussioni solo sulla nostra salute ma su quella dell’intera collettività! Ogni antibiotico è efficace solo contro determinati tipi di batteri e non contro tutti indiscriminatamente. Per questo motivo solo il medico, dopo avere prescritto un esame colturale con antibiogramma e aver visionato i risultati, sarà in grado di indicare quale antibiotico sarà capace di curare l’infezione in corso.

Nel mio piccolo mi sento di dare qualche consiglio:

  • Assumere gli antibiotici solo su prescrizione medica e seguendo scrupolosamente le indicazioni del medico su dosaggio, modalità e durata della terapia.
  • Evitare il “fai da te” e soprattutto l’utilizzo di antibiotici avanzati da una cura precedente senza aver prima consultare il medico.
  • Completare sempre il ciclo di cura e mantenere sempre lo stesso orario di assunzione dell’antibiotico.
  • Aspettare qualche giorno prima di dire che l’antibiotico non ha avuto effetto.
  • Fare molta attenzione all’igiene: lavarsi spesso e bene  le mani soprattutto dopo aver toccato la carne. Lavare anche frutta e verdura.

È una situazione di emergenza per tutti noi e per il futuro dei nostri figli.. se non si interviene immediatamente nel 2050 l’antibiotico-resistenza sarà la prima causa di morte.. pensiamoci bene..

Meglio usare un antibiotico solo quando è necessario o rimetterci la vita?

Dott.ssa Chiara Caridi

CORTISONE: ALLEATO O SUBDOLO NEMICO?!?

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L’asma bronchiale è una malattia cronica delle vie respiratorie che interessa circa il 5% della popolazione, con un’incidenza maggiore tra i bambini. La sua comparsa è favorita da una predisposizione genetica ma può essere anche sollecitata dall’inalazione di pollini, polveri o peli di animali.


Questa malattia si manifesta con crisi respiratorie, sibili, affanno e tosse secca. La frequenza e la tipologia degli attacchi è molto variabile. I più gravi possono anche condurre alla morte. Ecco perché è una patologia da non prendere sotto gamba. Dei 4 milioni di Italiani asmatici, 200 mila hanno la forma grave e il 64 % di questi è in terapia con corticosteroidi per via orale.

Il principale obiettivo del trattamento dell’asma è quello di ottenere una quasi completa remissione della malattia, sia per quanto riguarda i sintomi sia per le limitazioni che comporta nella vita quotidiana. Il tutto garantendo la migliore funzione respiratoria possibile con il più basso carico farmacologico, evitando così l’insorgenza di eventuali effetti collaterali a lungo termine e senza eccedere con la spesa farmaceutica a carico del servizio sanitario.

Nel trattamento dell’asma bronchiale, come in altre patologie, viene utilizzato il cortisone. Questa sostanza appartiene alla famiglia dei corticosteroidi, molecole di sintesi strutturalmente simili al cortisolo, un ormone steroideo prodotto dalle ghiandole surrenali. E’ dotato di azione antinfiammatoria ed immunosoppressiva e viene generalmente somministrato per via orale, parenterale (intramuscolo o endovena) e locale.

L’indicazione elettiva del cortisone è l’insufficienza delle ghiandole surrenali sebbene venga prescritto per il trattamento di altre patologie tra le quali: le malattie del collagene, le malattie infettive del sangue, le allergie, le patologie epatiche, quelle autoimmuni e quelle a carico degli occhi.

Nonostante il suo ampio e diversificato uso, la terapia con cortisone non è scevra da effetti tossici, tra cui:

  • perdita del tessuto osseo con conseguente osteoporosi;
  • aumento della glicemia;
  • riduzione della crescita nei bambini;
  • senso di euforia, insonnia, ansia, depressione e psicosi;
  • aumento dell’appetito;
  • ritenzione idrica;
  • aumento della suscettibilità alle infezioni;
  • aumento della pressione arteriosa.

Proprio in questi giorni sono stati pubblicati sulla rivista ” World Allergy Organization Journal” i risultati di uno studio italiano che valuta l’impatto clinico ed economico del cortisone somministrato ad alte dosi per via orale nella cura dell’asma grave. I pazienti in cura con i corticosteroidi per via orale sono risultati ad alto rischio a causa dei tanti effetti tossici della terapia: già dopo 6 mesi dall’assunzione il cortisone per via orale aumenta infatti il rischio di osteoporosi e conseguentemente di fratture, il rischio di malattie digestive, di diabete, di obesità e di insufficienza renale.

E come se non bastasse tutto questo costa al Servizio Sanitario Nazionale più o meno 243 milioni di euro. Come afferma il Past-President della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAC) Giorgio Walter Canonica: ” Il cortisone è gravato da un elevato rischio di eventi avversi che crescono all’aumentare del dosaggio e della durata della cura. Inoltre un soggetto affetto da asma grave costa circa 2000 euro all’anno perchè bisogna gestire gli effetti collaterali della terapia cortisonica”.

Proprio per questo motivo gli esperti consigliano che il cortisone venga impiegato solo ed esclusivamente nell’attacco acuto dell’asma e in caso di asma grave ai più bassi dosaggi possibili e come trattamento di seconda scelta.

Le nuove linee guida propongono di preferire ai cortisonici i farmaci biologici perchè hanno meno effetti collaterali e risultano meno costosi.

Noi, come in ogni articolo, suggeriamo di utilizzare i cortisonici con parsimonia e dietro prescrizione medica, perchè, come tutti i farmaci sono gravati da numerosi effetti collaterali che risultano anche essere particolarmente pericolosi. Evitate quindi il “fai di te” e l’uso prolungato di questa molecola perchè oltre a provocare un possibile quadro di insufficienza surrenalica può favorire un maggior rischio di contrarre infezioni.

A presto con un nuovo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi

FARMACI ORFANI: I FARMACI INTROVABILI

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I farmaci detti “orfani” sono quei farmaci destinati alla cura delle malattie rare. In Europa una malattia è considerata rara quando colpisce non più di 5 persone ogni 10.000 abitanti. Nello specifico si tratta di malattie spesso invalidanti per le quali non esiste alcun farmaco in commercio. Questo perché, non solo non sono stati ancora scoperti ma anche perché le aziende farmaceutiche sono solitamente restie a sviluppare questi farmaci visto un investimento economico troppo alto rispetto all’effettivo guadagno.

I pazienti affetti da malattie rare, che in Italia sono circa lo 0,75%- 1% non possono però rimanere esclusi dai progressi della scienza e delle cure. In termini numerici questo 1% di Italiani che per le aziende è troppo poco rappresenta circa 670.000 persone, 670.000 malati che hanno gli stessi diritti sanitari di tutti gli altri.

E’ anche vero però che una sostanza impiegata per il trattamento di una malattia frequente potrebbe avere un’indicazione orfana che non è stata ancora sviluppata. In realtà il discorso dei farmaci orfani è molto più ampio.

Accanto ai farmaci destinati al trattamento delle malattie rare, ci sono infatti altri due sottogruppi di farmaci che vengono classificati come orfani:

– i farmaci ritirati dal mercato per ragioni economiche e terapeutiche;

– i farmaci che non sono stati sviluppati.

Al primo sottogruppo appartiene la Talidomide introdotta nel 1956 come sedativo/ipnotico e utilizzata al tempo per contrastare nausea e vomito in gravidanza. Questo farmaco fu ritirato dal mercato per la scoperta di un potente effetto teratogeno capace di provocare malformazioni fetali. In ogni caso questo farmaco ha dimostrato proprietà antalgiche molto interessanti in patologie come la lebbra e il lupus eritematoso sistemico, malattie per le quali, ad oggi, non esiste ancora una cura soddisfacente. I farmaci che non sono stati sviluppati invece sono quei farmaci derivanti da un processo di ricerca non brevettabile.

Le prime norme relative ai farmaci orfani sono state introdotte negli Stati Uniti nel 1983, con l’emanazione dell’Orphan Drug Act, con cui per la prima volta si è presa coscienza della necessità di formulare una legge in materia. In seguito l’Unione Europea ha adottato una serie di regolamenti mediante i quali sono stati definiti i criteri e la procedura per la designazione di questi farmaci. La designazione di farmaco orfano viene prima valutata dal COMP, Comitato per i Medicinali Orfani attivo presso l’EMA e, su parere positivo del Comitato, finalizzata dalla Commissione Europea. Una volta ottenuta la designazione, il farmaco viene inserito nel Registro dei Farmaci Orfani ed in seguito potrà ottenere l’Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) dopo essere stato valutato e autorizzato attraverso la procedura centralizzata, come previsto dalle normative comunitarie.

Per essere riconosciuto come orfano il farmaco :

  • deve essere indicato per una patologia invalidante o che mette in pericolo la vita del paziente;
  • deve essere indicato per una condizione clinica rara, che si manifesta in non più di 5 soggetti ogni 10 mila individui;
  • non devono essere disponibili trattamenti validi o, se sono già disponibili dei trattamenti, il nuovo farmaco deve rappresentare un beneficio clinico significativo.

MA COSA DICE LA NORMATIVA ITALIANA A TAL PROPOSITO?

La normativa italiana tutela da sempre la sperimentazione clinica dei farmaci orfani e il loro ingresso sul mercato per assicurare ai pazienti l’accesso alle migliori terapie disponibili. Per accelerare la disponibilità dei farmaci orfani sul territorio, la Legge Balduzzi ha stabilito che l’azienda farmaceutica titolare di AIC di un farmaco orfano può presentare domanda di prezzo e rimborso all’AIFA non appena venga rilasciato il parere positivo da parte del Comitato, quindi prima ancora del rilascio dell’autorizzazione alla commercializzazione da parte della Commissione Europea.

COME SI PUO’ ACCEDERE AI FARMACI ORFANI?

In Italia un paziente affetto da una malattia rara può accedere al farmaco orfano attraverso diversi strumenti legislativi. La procedura di autorizzazione centralizzata attraverso l’EMA, Agenzia Europea di Valutazione dei Medicinali, rappresenta la principale regola di accesso. In mancanza dell’autorizzazione all’immissione in commercio di un farmaco orfano indicato per una malattia rara, il paziente può accedere al medicinale attraverso specifiche procedure previste da alcuni decreti legge che, consentono l’erogazione di alcuni farmaci, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, allo scopo di rispondere tempestivamente a condizioni patologiche. Questo è possibile purché siano rispettati alcuni requisiti base. Deve trattarsi infatti di:

  • farmaci innovativi la cui commercializzazione è autorizzata in altri Stati, ma non in Italia;
  • farmaci non ancora autorizzati, ma sottoposti a sperimentazione clinica, di cui siano già disponibili risultati di studi clinici di fase II;
  • farmaci da impiegare per un’indicazione terapeutica diversa da quella autorizzata in Italia, di cui siano già disponibili risultati di studi clinici di fase II;
  • farmaci impiegati per una indicazione terapeutica differente da quella autorizzata, secondo i parametri di economicità ed appropriatezza, anche in presenza di alternative terapeutiche fra i medicinali autorizzati. Uno dei medicinali che ha beneficiato di questa disposizione è il farmaco bosentan, autorizzato per il trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare.

Esiste inoltre il cosiddetto Fondo AIFA, che da un lato è rivolto all’acquisto di farmaci orfani per le malattie rare e farmaci non ancora autorizzati ma che rappresentano una speranza di cura per patologie gravi, e dall’altro alla sperimentazione e ricerca indipendente sui farmaci, incentivando lo sviluppo di farmaci orfani attraverso il finanziamento di studi clinici no profit.

Le case farmaceutiche come già accennato ragionano quasi esclusivamente sulla base di logiche di mercato, anche se è comprovato che il loro ruolo nella ricerca e nella produzione risulta fondamentale per sopperire al fabbisogno di farmaci per le malattie rare. Dal punto di vista economico la spesa maggiore la si ha per i farmaci orfani impiegati nella cura delle leucemie, dei linfomi e dei mielomi, mentre i consumi maggiori sono stati rilevati per il trattamento dell’ipertensione arteriosa polmonare.

In Italia esistono delle vere e proprie officine farmaceutiche che si si dedicano appieno alla produzione di farmaci orfani, cannabis terapeutica, antidoti e farmaci per eventuali emergenze come disastri nucleari e attentati terroristici con agenti chimici. Tra i farmaci orfani in Italia ci sono:

  • la D-Penicillamina, la quale viene impiegata per la cura dell’artrite reumatoide, per la cistinuria, una malattia dei reni, per il trattamento del morbo di Wilson, una malattia genetica che porta ad un accumulo di rame nei tessuti, i cui sintomi si manifestano a livello epatico e a livello psichiatrico e neurologico con tremori e contrazioni. Viene inoltre impiegata per il trattamento delle intossicazioni professionali da piombo e oro.
  • La Mexiletina Cloridrato, usata nel trattamento delle aritmie ventricolari in cardiopatia ischemica e nelle aritmie ventricolari da digitale.
  • La Tiopronina, un agente chelante, impiegato per il trattamento della cistinuria, era prodotta dall’azienda cooperativa farmaceutica di Milano, fino a quando non è stata ritirata definitivamente dal mercato per via dell’elevato costo paragonato al numero di pazienti trattati. Pertanto oggi è necessario il suo reperimento all’estero da parte del SSN.
  • La Colestiramina, impiegata per ridurre i livelli di colesterolo nel sangue o migliorare il prurito associato ad alcune malattie epatiche. Questo farmaco è anche usato per il trattamento della sindrome di Crigler- Najjar una malattia del metabolismo piuttosto invalidante. In Italia i pazienti trattati con colestiramina sono circa 10.

CONCLUSIONI

Nonostante il numero di farmaci orfani approvati in Europa sia significativamente aumentato ancora oggi molte malattie rare non hanno un trattamento farmacologico efficace. In Italia è disponibile circa il 78% dei farmaci orfani approvati in Europa e l’80% di questi è rimborsato dal SSN. La mancanza di alternative terapeutiche e il numero ridotto di pazienti trattati, sono il motivo per cui questi farmaci non possono sottostare alle regole di contenimento della spesa farmaceutica applicabili ai farmaci comuni.

Il nostro paese inoltre, grazie sia alla ricerca clinica che alla legislazione, si posiziona tra i paesi all’avanguardia nel mondo per l’accesso a cure efficaci ed ai farmaci orfani da parte dei pazienti con malattie rare.

Un primato questo da difendere e rafforzare e che ancora una volta deve far riflettere sull’importanza della ricerca medica.

Dott. Andrea Liguori

PURPLE DRANK: UN PERICOLOSO “SCIROPPO DA SBALLO”

infarmiamoci.it

Negli ultimi decenni si è assistito ad un notevole aumento del consumo di alcol, farmaci e sostanze stupefacenti da parte di adolescenti e giovanissimi. Questo abuso, influenzato da pressioni sociali, mediatiche e pubblicitarie, è per lo più più teso alla ricerca del piacere, e sopratutto volto a manipolare i propri stati d’animo. Ed è proprio per far fronte ad una situazione di disagio personale che molti ragazzi si abbandonano all’uso della cosiddetta “Purple Drank”.

Questo cocktail è una droga fatta in casa a base di codeina, un oppiaceo usato come sciroppo per la tosse, con l’aggiunta di bevande gassate, generalmente Sprite. I ragazzi ne mescolano dosi ampie ottenendo un liquido di colore viola, da ciò il nome “Purple Drank”. Questo nuovo cocktail nato in America sta pericolosamente spopolando tra i giovani italiani. Sebbene la codeina in Italia sia vendibile solo dietro presentazione di ricetta medica, si tratta di un medicinale per la tosse molto comune, e addirittura in paesi come la Francia e la Svizzera é vendibile senza ricetta, facilitandone così l’acquisto. Inoltre gli sciroppi a base di questa sostanza sono molto economici (meno di 10€).

Ma si sa realmente cos’è la codeina e quali sono i suoi effetti a lungo temine dopo un uso improprio?

La codeina, o metilmorfina, è una sostanza appartenente alla classe degli analgesici oppioidi, principi attivi utilizzati nella terapia del dolore acuto e cronico. È molto nota per le sue proprietà antitussigene ed euforizzanti. Una volta assunta la codeina viene trasformata nel fegato in due metaboliti che esplicano l’azione farmacologica legandosi ai recettori oppioidi localizzati nel cervello. Tramite questo legame riducono il dolore e l’attività delle aree cerebrali che controllano la tosse.

Pertanto la codeina, agendo a livello del sistema nervoso centrale, dovrebbe essere utilizzata con più attenzione.

Essendo un derivato dell’oppio può dar luogo ai fenomeni dell’assuefazione e della dipendenza, anche se in minor misura rispetto alla morfina. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che la persona che ne abusa si troverà a consumare sempre più sostanza riducendo i tempi di assunzione. Proprio per questo motivo si consiglia di interrompere l’assunzione in maniera graduale per evitare il “fenomeno da rimbalzo”, identico al fenomeno della crisi di astinenza.

Nel periodo di astinenza si verificano sintomi quali irritabilità, turbe del sonno e un forte desiderio di assunzione del farmaco (fenomeno del craving).

Tra gli effetti collaterali più importanti ritroviamo: cefalea, conati di vomito, senso di nausea, capogiri, senso di sonnolenza e sbalzi d’umore.

La Purple Drank è associata alla musica trap, un genere musicale molto amato dai ragazzi, ed il fatto che spesso citi nei testi l’uso di droghe leggere, rende ancora più serio e reale il problema del suo abuso.

Vogliamo rivolgerci ai genitori dei ragazzi in fase adolescenziale e chiedere di seguire sempre con molta attenzione i propri figli. I ragazzini purtroppo, molte volte, non si rendono conto di quello che assumono e lo fanno con estrema leggerezza per emulare qualche personaggio famoso o per far parte di un gruppo. L’occhio vigile di un genitore può evitare che si verifichino situazioni spiacevoli.

E poi ci rivolgiamo a voi ragazzi. La purple drank è un miscuglio pericoloso che, in caso di sovradosaggio, può causare mancato controllo del respiro e conseguente soffocamento. Pensateci bene.. Ci si può divertire con molto meno.. Ne vale davvero la pena? La vostra vita vale davvero uno “sciroppo”?

Dott. Andrea Liguori.

Dott.ssa Chiara Caridi.

CHE CONFUSIONE… SARÁ PERCHÈ INVECCHIAMO?


I farmaci rappresentano una parte importante nella vita degli anziani. Basti pensare che circa il 90% delle persone con età pari o superiore ai 65 anni assume più di un farmaco a settimana, il 40% almeno 5 farmaci a settimana, il 12% più di 10 farmaci a settimana.

Le donne assumono più farmaci degli uomini e agli anziani ricoverati nelle case di cura sono prescritti in media 7-8 farmaci diversi da prendere regolarmente.

Esistono, nei confronti del rapporto con i farmaci, due tipologie di anziani: quelli che si fidano ciecamente e ne fanno un uso smodato e quelli contrari che, quando possibile, evitano di assumerli.

Anche in questo caso “in medio stat virtus’’: assumere i farmaci solo se strettamente necessario e seguendo scrupolosamente le indicazioni del medico.

In un documento dell’ FDA (Food and Drug Administration) si legge: ”L’utilizzo corretto e sicuro dei farmaci richiede attenzione in ogni età della vita e in maniera particolare dal sesto decennio in poi”.

PERCHÈ IN ETÀ AVANZATA BISOGNA PRESTARE MAGGIORE ATTENZIONE NELLA SOMMINISTRAZIONE DI UN FARMACO?

Fondamentalmente per due motivi:

  1. Con l’invecchiamento, l’organismo e le sue funzioni si modificano e questo influenza il modo in cui reagisce alla somministrazione di un farmaco. In particolare, con l’avanzare dell’età, si riducono il metabolismo epatico e l’eliminazione renale di alcuni farmaci. In poche parole, il fegato ha una minore capacità di trasformare i farmaci e i reni hanno una minore capacità di eliminarli. Questo determina un loro accumulo all’interno dell’organismo con prolungamento dell’azione farmacologica e aumento del rischio di effetti collaterali.
  2. Molto spesso con l’età aumentano i problemi di salute e di pari passo i farmaci da assumere. L’ utilizzo contemporaneo di più farmaci prende il nome di politerapia. 

COS’É LA POLITERAPIA E QUALI SONO I RISCHI ASSOCIATI?

La politerapia è molto comune negli anziani perchè questi, con il passare del tempo, sono soggetti alla comparsa di più patologie come ad esempio ipertensione, diabete, artrite, demenza ecc…

Per ognuna di queste patologie, se presenti contemporaneamente, sono prescritti uno o più farmaci. Se da un lato la politerapia può essere utile per trattare diversi sintomi che si verificano maggiormente negli anziani piuttosto che nei giovani adulti, dall’altro lato può essere molto pericolosa per vari aspetti tra cui ricordiamo l’uso di farmaci potenzialmente inappropriati, il rischio di reazioni avverse farmaco-correlate e il rischio di interazioni tra farmaci.

Studi recenti dimostrano che con l’aumentare del numero di farmaci aumenta il rischio di reazioni avverse, di ospedalizzazione e di mortalità. Le fasce di età più avanzate sono escluse dagli studi clinici e questo rappresenta un problema in quanto il farmaco che viene prescritto non è stato testato sugli anziani.

Un altro problema serio è legato al fatto che due o più farmaci possono interagire tra loro. Ciò significa che gli effetti di un farmaco possono essere modificati dalla presenza di un altro farmaco.

È vero che in molte condizioni, come ad esempio la terapia autoimmune o antibiotica oppure il trattamento di patologie croniche come l’ipertensione o l’asma, si ricorre all’uso di più farmaci che agiscono con diversi meccanismi d’azione per potenziare l’efficacia terapeutica, ma è anche vero che, in un soggetto anziano in politerapia, bisogna valutare con molta attenzione non solo il rischio di interazioni ma anche gli effetti indesiderati e i parametri clinici da tenere sotto controllo.

Va ricordato che, in caso di interazione tra due farmaci, non bisogna per forza sospendere uno dei due ma basta semplicemente aggiustare il dosaggio, i tempi o le modalità di somministrazione. 

Il paziente anziano mostra un’aumentata sensibilità a molti farmaci e proprio per questo motivo è bene, quando si è in procinto di iniziare una nuova terapia, usare una dose bassa di farmaco aumentandola, se necessario, gradualmente.

QUALI SONO I FARMACI POTENZIALMENTE INAPPROPRIATI NEGLI ANZIANI?

Un farmaco viene considerato inappropriato quando il rischio di sviluppare un evento avverso supera il beneficio che ci si aspetta dal trattamento farmacologico.

Esiste un documento chiamato “Criteri di Beers”, impiegato nella medicina clinica geriatrica, che aiuta il medico nella scelta dei farmaci da prescrivere in età anziana valutandone i pro e i contro.

Questo documento contiene cinque liste:

  1. LISTA DEI FARMACI POTENZIALMENTE LESIVI PER LA MAGGIOR PARTE DEGLI ANZIANI INDIPENDENTEMENTE DALLE LORO CONDIZIONI CLINICHE: tra questi ritroviamo nitrofurantoina, antiaritmici, antidepressivi triciclici, benzodiazepine, inibitori della pompa protonica, desmopressina.
  2. LISTA DEI FARMACI POTENZIALMENTE PERICOLOSI SOLO IN DETERMINATE CONDIZIONI CLINICHE: tra questi citiamo Z-drugs, oppioidi, antipsicotici.
  3. LISTA DEI FARMACI CHE DEVONO ESSERE UTILIZZATI SOLO CON ESTREMA CAUTELA: tra questi si annoverano acido acetilsalicilico, dabigatran e prasugrel, antipsicotici, carbamazepina, oxcarbazepina, antidepressivi e diuretici.
  4. LISTA DELLE COMBINAZIONI DI FARMACI ASSOCIATE A INTERAZIONI POTENZIALMENTE GRAVI NEGLI ANZIANI.
  5. LISTA DEI FARMACI CHE DOVREBBERO ESSERE EVITATI O DI CUI SAREBBE OPPORTUNO AGGIUSTARNE IL DOSAGGIO IN CASO DI INSUFFICIENZA RENALE: anticoagulanti, diuretici risparmiatori di potassio, farmaci attivi sul sistema nervoso centrale. 

COME PUÒ UN ANZIANO CURARSI IN SICUREZZA?

Con gli anziani, cosi come con i bambini, le donne in gravidanza e gli immunodepressi, bisogna prestare un’attenzione particolare quando si inizia una terapia.

L’ FDA ha stilato un documento contenente quattro raccomandazioni agli anziani:

  1. Assumere i farmaci secondo le indicazioni e dietro prescrizione del medico. Evitare i “fai da te” e se si notano effetti indesiderati consultare immediatamente il medico o il farmacista.
  2. Tenere un elenco dei farmaci che si stanno assumendo. In caso di politerapia, annotare la tipologia, la modalità di assunzione, gli orari e le eventuali correzioni apportate dal medico durante il trattamento. Il consiglio è di coinvolgere un familiare dando una copia della terapia che si sta seguendo. L’anziano tende a confondersi. Non è colpa sua ma di tutti i farmaci che, troppo spesso, deve assumere. 
  3. Leggere con attenzione il foglietto illustrativo per conoscere le interazioni, le avvertenze e le precauzioni e i possibili effetti indesiderati.
  4. Una volta l’anno è bene rivedere con il proprio medico lo schema terapeutico in corso e semplificarlo laddove possibile.

A mio avviso i farmaci rappresentano un serio strumento di salute e vanno utilizzati in modo corretto e “cum grano salis” perchè solo cosi si possono ottenere benefici. Auto-prescriversi un farmaco, usarlo in modo scorretto o abusarne può creare seri problemi alla salute. Che ci si voglia credere oppure no!!

Dott.ssa Chiara Caridi.