Farmaci in gravidanza: si può ma… con molta attenzione!!!

La gravidanza è sicuramente uno dei momenti più teneri ed entusiasmanti nella vita di una donna e proprio per questo si è maggiormente attente a salvaguardare la salute del neonato e della futura mamma. In questo articolo vi parlerò di un argomento piuttosto delicato, l’uso dei farmaci in gravidanza, e spero di farlo in maniera chiara e dettagliata.

I dati statistici affermano che la maggior parte delle donne assume almeno un farmaco in gravidanza, alcune sotto controllo medico, altre con molta leggerezza. Il perché in realtà si è cosi ansiosi quando si tratta di assumere un farmaco in gravidanza, è legato ad un fatto avvenuto agli inizi degli anni ’60, la cosiddetta ”tragedia della talidomide”.

La talidomide è stata introdotta nel 1956 come sedativo/ipnotico ed era utilizzata al tempo per contrastare nausea e vomito in gravidanza. Nel 1961, dopo ben 5 anni dall’immissione in commercio, fu dimostrata l’associazione tra l’assunzione del farmaco nelle donne gravide e la nascita di bambini amelici (senza arti) e focomelici (con arti gravemente malformati). Nacquero, nel mondo, ben 5850 bambini malformati a causa dell’uso della talidomide.

Per anni si è pensato, erroneamente, che la placenta fungesse da vera e propria barriera garantendo la protezione assoluta del nascituro. Il virus della rosolia nel 1941 e la tragedia della talidomide nel 1961 sono serviti a far capire a tutti che la placenta è comunque un ”mezzo di comunicazione” tra madre e figlio e che qualsiasi sostanza ingerisce la madre viene assorbita, in parte o del tutto, anche dal feto.

Durante la gravidanza, il corpo di una donna subisce cambiamenti non solo fisici ma anche fisiologici che a loro volta modificano la farmacocinetica (cioè l’assorbimento, la distribuzione, il metabolismo e l’eliminazione) dei farmaci:

  1. diminuisce la secrezione acida gastrica del 40%: si modifica il pH nello stomaco e varia la quota di farmaco assorbita
  2. aumenta il tempo di svuotamento gastrico e di conseguenza la permanenza del farmaco nello stomaco
  3. aumenta la gittata cardiaca di circa 1,5 L/minuto e di conseguenza la perfusione di organi quale il polmone, il cuore, il fegato, il cervello, l’utero e la placenta
  4. aumenta la frequenza cardiaca di circa 15 battiti/minuto
  5. aumenta il peso e si modifica il rapporto acqua/grassi

Non tutti i farmaci assunti in gravidanza dalla madre sono capaci di attraversare la placenta e raggiungere il feto. Quelli capaci di attraversare la placenta possono avere due tipi di effetto:

EFFETTO TOSSICO DIRETTO

EFFETTO TERATOGENO

L’effetto di un farmaco sul feto dipende non solo dall’età del feto al momento dell’esposizione ma anche dalla dose e dalla potenza del farmaco somministrato nonché dal corredo genetico della madre.

COS’È UN FARMACO TERATOGENO?

Il rischio maggiore che presentano alcuni farmaci, chiamati farmaci teratogeni, è la capacità di provocare effetti teratogeni, ovvero causare malformazioni congenite nel bambino. Fra gli agenti teratogeni ad oggi si riconoscono:

INFEZIONI (rosolia, toxoplasmosi, sifilide) contratte in gravidanza dalla madre

PATOLOGIE (diabete o epilessia) di cui soffre la madre

FARMACI

QUALI SONO I FARMACI POTENZIALMENTE TERATOGENI?

I farmaci che causano una maggiore incidenza di malformazioni congenite e che perciò è meglio evitare in gravidanza sono: alcuni antitumorali, alcuni antitiroidei, ormoni androgeni e progestinici ad azione androginica, vaccini con virus vivi, la vitamina A, alcuni antibiotici, alcuni antitubercolari, alcuni antiepilettici, alcuni antipsicotici, alcuni antiulcera, il warfarin e altri anticoagulanti orali.

In realtà ci sono anche farmaci con sospetti effetti dannosi sul feto, non di tipo teratogeno. Si tratta di farmaci non controindicati ma comunque sconsigliati in gravidanza. Tra questi ritroviamo: i diuretici tiazidici, gli ansiolitici come le benzodiazepine, i salicilati, alcuni antidepressivi, alcuni antipsicotici, alcuni antibiotici, alcuni antidiabetici orali.

IN QUALE PERIODO DI GESTAZIONE IL RISCHIO TERATOGENO È MAGGIORE?

Per comprendere questo argomento al meglio è bene ricordare che esistono tre periodi della “vita prenatale”:

PERIODO PRE-EMBRIONALE (prime due settimane): in questa fase qualsiasi farmaco teratogeno ha un effetto del tipo “tutto o nulla”: possono cioè provocare o la morte dell’embrione o non danneggiarlo affatto.

PERIODO EMBRIONALE (dalla 3 alla 9/12 settimana): questo è il periodo più delicato in quanto si verifica lo sviluppo e la differenziazione degli organi. In questa fase i farmaci teratogeni possono provocare un aborto spontaneo, una malformazione sugli organi in via di formazione, un difetto di tipo metabolico o funzionale che si può manifestare dopo la nascita o un aumento del rischio di cancro. L’ effetto teratogeno sarà tanto maggiore quanto più precoce sarà l’esposizione.

PERIODO FETALE (dalla 9/12 settimana a fine gravidanza): in questa fase l’esposizione a un farmaco teratogeno può determinare anomalie dell’accrescimento o della funzione di organi e tessuti fetali, in particolare a carico del sistema nervoso centrale.

È proprio per questo motivo che tutti i farmaci sono controindicati nel primo trimestre di gravidanza. In caso ci si espone ad un farmaco è bene tenere presente che maggiore è la durata dell’esposizione, maggiore sarà il rischio di incorrere in malformazioni fetali.

È POSSIBILE, QUINDI, CURARSI IN GRAVIDANZA?

Secondo l’ AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) è possibile curarsi in gravidanza: non farlo, in alcune situazioni, può essere ancora più dannoso per il feto. Alle conoscenze attuali ci sono farmaci che non comportano rischi e altri che comportano seri problemi.

Ovviamente il compito principale spetta al medico che valuterà la situazione clinica della gestante e, nella prescrizione di un farmaco, si atterrà ad alcune norme precauzionali:

  1. prescrivere farmaci che siano sul mercato da più tempo e di cui si conoscano bene gli effetti
  2. somministrare i farmaci alle dosi più basse possibili

In caso di alcune patologie importanti come epilessia, ansia, depressione, diabete, fibrosi cistica, ipertensione, malattie autoimmuni non è possibile sospendere la cura farmacologica in gravidanza e sarà sempre il medico a sostituire, se necessario, il farmaco che si sta assumendo o a rivedere la posologia.

QUALI SONO I MIEI CONSIGLI ALLA LUCE DI QUANTO SPIEGATO?

Da farmacista e da mamma mi sento di dare qualche consiglio a chi desidera una gravidanza o a chi è già in attesa.

  1. Utilizzare un farmaco solo se strettamente necessario e sotto controllo medico.
  2. Evitare i pericolosi “fai da te”: anche l’uso di integratori, a dosi eccessive, può compromettere la salute del feto.
  3. In caso di febbre, mal di denti, mal di testa, raffreddore si può ricorrere all’ uso sporadico del paracetamolo. Ovviamente non in caso di una banale febbre a 37,5.
  4. Per liberare il naso chiuso o in caso di tosse si possono tentare anche i cosiddetti “rimedi della nonna”: bere molti liquidi, effettuare lavaggi nasali o aerosol con sola soluzione fisiologica (senza aggiunta di farmaci) o suffumigi con acqua calda e sale grosso o bicarbonato, bere una bella tazza di latte caldo con poco miele.
  5. Non assumere antibiotici solo perchè si ha la febbre: l’antibiotico è utile solo in caso di infezione batterica, non virale.

Vorrei inoltre ricordare che non solo i farmaci influenzano la salute del feto ma anche altri fattori come:

STRESS, FATICA E MALNUTRIZIONE

FUMO: la nicotina e il monossido di carbonio, contenuti nelle sigarette, sono capaci di attraversare la placenta riducendo l’apporto di sangue, ossigeno e nutrienti al feto. Inoltre il fumo di sigaretta è associato a parto prematuro.

ALCOL: attraversa la placenta danneggiando il feto. In caso di assunzione cronica, l’alcol può causare la Sindrome Fetale Alcolica, una sindrome caratterizzata da dimorfismi facciali, ritardo di crescita pre- e postnatale, disfunzioni cardiache, ritardo mentale, malformazioni dell’ippocampo e disturbi comportamentali.

CAFFEINA: elevate quantità di caffè sono associate a parto prematuro, alla nascita di bambini sottopeso e a sintomi quali irritabilità, pianto eccessivo, disturbi alimentari e/o del sonno.

Mi sento inoltre in dovere di dire che un farmaco è sempre una sostanza estranea che entra a contatto con il nostro organismo e con le sue funzioni e come tale deve essere usato con cautela. Come dico sempre, il farmaco non è solo quello che riporta il foglietto illustrativo.

Prima di essere immesso in commercio, un farmaco viene testato sugli animali ma questo non garantisce nulla: un farmaco può dimostrarsi teratogeno nell’animale ma non nell’uomo.

Questo per dire che molti farmaci vengono immessi in commercio senza studi approfonditi su eventuali danni fetali nell’uomo.

Per questo motivo è doveroso, da parte mia, ricordare che la prudenza e il buon senso sono le uniche strade percorribili per vivere senza ansia un periodo delicato e bellissimo come la gravidanza!!

Buona lettura a tutti e a presto con un nuovo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi.

FANS: FUTURI ALLEATI NELLA PREVENZIONE DEI TUMORI?

infarmiamoci.it

Il tumore è una neoformazione presente in un organo o in un tessuto, con caratteristiche di crescita incontrollata e di struttura aberrante. Il tessuto tumorale è costituito da cellule e stroma (tessuto connettivo e vasi) entrambi essenziali per lo sviluppo in quanto non potrebbe esserci crescita senza un apporto adeguato di nutrienti.

Le caratteristiche principali delle cellule tumorali sono: proliferazione incontrollata, mancata maturazione ,modificazione della membrana cellulare, alterazione delle attività metaboliche e secernenti e modificazione del patrimonio genetico. A seconda del comportamento clinico i tumori si distinguono in benigni e maligni. Le cellule dei tumori ben differenziati sono simili a quelle del tessuto di origine e tendono ad essere benigne. Più ci si allontana dalle caratteristiche originali maggiore è il rischio di sviluppo verso forme meno differenziate e quindi di malignità. Una delle caratteristiche dei tumori maligni è la perdita di inibizione alla crescita: questo comporta uno sviluppo più rapido rispetto a quelli benigni. Nella tumorigenesi intervengono molteplici fattori, per cui in genere occorrono diversi anni perché avvenga il passaggio dallo stato microscopico ( carcinoma in situ) a quello conclamato. I tumori benigni solitamente sono dotati di una struttura coesa e sono delimitati da una capsula fibrosa. I tumori maligni invece tendono ad infiltrare i tessuti circostanti, penetrando all’interno delle strutture adiacenti. La colonizzazione a distanza da parte di cellule tumorali prende il nome di metastasi. La capacità di dare metastasi distingue i tumori maligni da quelli benigni. Le proprietà invasive dei primi permettono l’estensione ai vasi sanguigni e linfatici, favorendo la disseminazione a distanza. Più il tumore iniziale è aggressivo e cresce rapidamente, maggiori sono le probabilità che esso dia metastasi. La presenza di eventuali metastasi è uno dei primi accertamenti che il medico richiede dopo aver diagnosticato un tumore e averne determinato caratteristiche e dimensioni.

In Italia i tumori maligni continuano a rappresentare la seconda causa di morte nella popolazione generale, subito dopo le patologie cardiovascolari. Se da un lato non tutti i tumori maligni hanno evoluzione drammatica, dall’altro non tutti i tumori benigni sono innocui. Lo stadio della malattia e la tempestività dell’intervento giocano un ruolo chiave per il buon esito del processo di guarigione e di sopravvivenza. Questo consente di esprimere un giudizio prognostico attendibile e di valutare le possibilità terapeutiche a disposizione. Ogni tumore richiede un approccio diverso e, spesso, anche tempi e cura diversi.

Da numerose ricerche e da ormai diverso tempo si è evidenziato un legame tra tumore e infiammazione. Numerosi studi hanno infatti dimostrato che le principali citochine rilasciate durante il processo infiammatorio cronico permettono la proliferazione e la sopravvivenza delle cellule tumorali inducendo processi di metastasi. In più alcune forme tumorali producono ormoni, citochine e altre sostanze per autosostenersi.

Per questo motivo i FANS ( farmaci antinfiammatori non steroidei ) potrebbero essere d’aiuto nella prevenzione dei tumori. Già anni fa alcuni studi preclinici e clinici hanno evidenziato che questi farmaci erano capaci di contrastare l’insorgenza di tumori quali il tumore del seno, del colon retto e dell’ovaio.

Una ricerca tutta italiana, pubblicata sulla rivista scientifica “British journal of Cancer ” e frutto della collaborazione tra Università Statale di Milano, Istituto Europeo Oncologico e Istituto Nazionale dei Tumori, ha dimostrato che l’attività antitumorale di questi farmaci segue un meccanismo diverso rispetto all’attività antinfiammatoria all’interno della cellula (attività responsabile degli effetti collaterali).

Testando diversi FANS su cellule umane in vitro e su modelli animali si è scoperto che l’attività antitumorale di questi farmaci è legata alla capacità di inibire un enzima, SIRT1, attivando il segnale di uno degli oncosoppressori più importanti, p53.

Come afferma Paolo Ciana, professore di Biotecnologie Farmacologiche all’ Università degli Studi di Milano e coordinatore del team di ricerca: ” I risultati sull’azione preventiva dei FANS sono promettenti ma questi farmaci non possono essere usati per lunghi periodi a causa dei gravi effetti collaterali come sanguinamenti, problemi gastrici, renali, epatici e cardiaci. Nel nostro laboratorio siamo riusciti a indicare una strada per dare vita a nuovi FANS scevri da questi effetti collaterali mantenendo l’azione antitumorale”.

Il gruppo di ricerca sta inoltre lavorando per capire se i FANS possano ridurre il rischio di recidiva di un tumore. Tutto questo è ancora da vedere.. cosi come rimane da vedere se in un prossimo futuro i FANS potranno essere impiegati nella prevenzione secondaria delle patologie cardiovascolari per le quali al giorno d’oggi l’unico antinfiammatorio ad essere utilizzato è l’aspirina ad un dosaggio molto ridotto.

Sicuramente questa è una notizia sorprendente ma c’é ancora tanto lavoro da fare e non bisogna trarre conclusioni affrettate.. Ci sentiamo di ribadire che i FANS in commercio non devono assolutamente essere somministrati a scopo preventivo perché hanno importanti effetti collaterali e nessuna azione curativa nei confronti dei tumori.

A presto con un nuovo articolo!!!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi


FARMACI VETERINARI E SALUTE UMANA: UNA STRETTA CONNESSIONE!

In questo articolo mi occuperò del corretto impiego dei farmaci veterinari destinati agli animali produttori di alimenti.

Si definisce FARMACO VETERINARIO:

ogni sostanza o associazione di sostanze dotate di proprietà curative e profilattiche delle malattie animali oppure ogni sostanza o associazione di sostanze che può essere usata sull’animale o somministrata all’animale allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche mediante un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, oppure al fine di stabilire una diagnosi medica.

COME E’ CAMBIATO NEGLI ANNI L’USO DEI FARMACI VETERINARI?

Negli ultimi decenni si è registrato negli allevamenti italiani un notevole aumento dell’uso di farmaci veterinari. Mentre nel primo dopoguerra l’allevamento era per lo più autonomo, a gestione familiare e con un numero esiguo di capi, a partire dagli anni ’60 l’industrializzazione del settore zootecnico ha portato ad un aumento delle aziende con alta densità di animali.

Parallelamente ad una aumentata produzione di alimenti di origine animale però si sono verificate tutta una serie di problematiche relative all’impatto ambientale delle aziende, alla necessità di forzare le naturali prestazioni degli animali e alla comparsa di malattie legate alle modalità di allevamento.

L’elevato numero di molecole a disposizione per la cura delle patologie animali e una sempre maggiore sensibilità nei confronti del benessere animale, hanno portato ad un aumento dell’uso di farmaci veterinari.

COSA BISOGNA SAPERE QUANDO SI USANO MEDICINALI VETERINARI?

Quando si somministra un farmaco ad un animale, produttore di carne, latte, uova e miele, il principio attivo si distribuisce negli organi, nei tessuti, negli escreti e secreti. Questo fa si che possa essere assunto con gli alimenti, ed avere effetti, talvolta anche dannosi, sulla salute del consumatore.

Nel corso degli anni sono state pertanto emanate delle normative volte a disciplinare l’uso di farmaci veterinari al fine di vietare l’impiego di medicinali potenzialmente dannosi per l’uomo.

Alcuni farmaci ritenuti, innocui per la salute dell’uomo possono essere liberamente somministrati agli animali da reddito, altri, invece, devono rispettare dei limiti di tollerabilità all’interno degli alimenti, il cosiddetto Limite Massimo di Residui (LMR).

Gli LMR sono dei parametri volti a dimostrare che la presenza negli alimenti di una molecola, in una certa quantità, non determina effetti dannosi nell’uomo.

Affinché negli alimenti la sostanza farmaceutica non superi il suo LMR, è necessario attendere un certo intervallo di tempo dopo la somministrazione del medicinale, il cosiddetto “tempo di sospensione”. Esso è necessario all’animale per metabolizzare e/o eliminare una parte del principio attivo tale per cui i residui presenti nei tessuti, diminuiscano fino ad un valore considerato accettabile. Anche se in percentuale minima, gli LMR rappresentano comunque un rischio per la salute dell’uomo.

CHI CONTROLLA LA PRESENZA DEI RESIDUI DI FARMACO NEGLI ANIMALI?

  • Innanzitutto le industrie farmaceutiche, le quali devono stabilire i tempi di sospensione adeguati per ogni farmaco ad uso veterinario (considerando che esso è funzione della specie animale, della molecola e della via di somministrazione);
  • L’allevatore che deve assicurarsi che i residui del farmaco non superino i suddetti limiti di accettabilità. Egli infatti non può destinare alla macellazione un capo trattato se non è trascorso l’adeguato tempo di sospensione. Sotto la guida del proprio veterinario aziendale è tenuto per legge a compilare un apposito registro, convalidato e controllato dalla ASL, nel quale viene riportato il tipo di trattamento a cui è sottoposto l’animale, l’identificativo del capo in terapia, l’inizio e la fine della somministrazione del farmaco ed il tempo di sospensione come indicato dalla casa farmaceutica. Queste informazioni devono accompagnare l’animale al macello.
  • Infine il proprietario del mattatoio, che deve verificare che gli animali portati presso il suo stabilimento rispettino i requisiti di conformità alla normativa. In caso contrario, dovrà impedire la macellazione del capo.

TUTTI I FARMACI VETERINARI POSSONO ESSERE SOMMINISTRATI AGLI ANIMALI DA REDDITO?

La risposta è NO!

Diversi studi clinici hanno dimostrato che alcune sostanze medicinali ad uso veterinario possono causare seri problemi alla salute dell’uomo e pertanto il loro impiego è vietato.

Tra questi ci sono :

  • I farmaci β-agonisti: usati per il trattamento di patologie respiratorie e ostetriche. Al loro impiego è associato un aumento della massa muscolare e del tessuto magro. Per questo sono considerati dei promotori della crescita e vengono illegalmente utilizzati dagli allevatori in soggetti sani  per aumentarne le prestazioni. L’uso di questi farmaci negli animali produttori di alimenti è vietato anche perché nell’uomo possono causare aritmie, palpitazioni, tremori, ansia ed altri disturbi.
  • Un altro medicinale veterinario, il cui uso è stato vietato negli animali produttori di derrate alimentari è la cloropromazina. Uno psicofarmaco impiegato in medicina veterinaria come antiemetico, tranquillante ed anestetico. Nell’uomo può provocare effetti collaterali, quali ipotensione, manifestazioni allergiche, ittero, alterazioni del quadro ematico, pigmentazione della pelle.
  • Gli antibiotici nitrofurani che venivano aggiunti ai mangimi per promuovere la crescita delle masse muscolari degli animali e per impedire lo sviluppo di patologie gastrointestinali. Questi farmaci possono causare nell’uomo, se assunti per lunghi periodi o in dosi elevate, effetti gravi sulla funzionalità del sistema nervoso con danni alla vista ed all’udito.
  •  Il cloramfenicolo, un antibiotico ad azione batteriostatica, utilizzato nella terapia di numerose malattie ad eziologia batterica dell’uomo e degli animali. Spesso è stato usato (illegalmente) in apicoltura per il controllo dell’agente della peste americana. La somministrazione di questo farmaco  nell’uomo può generare danni al midollo osseo, al sangue, al fegato, ai polmoni, all’apparato riproduttivo. E’ inoltre un potenziale cancerogeno. Nelle donne  in stato di gravidanza è molto pericoloso in quanto può provocare nei neonati la cosiddetta ”Sindrome del bambino grigio” caratterizzata da inappetenza, grigiore del corpo, vomito e cianosi. Motivi questi che hanno portato ad un quasi totale ritiro dal mercato del suddetto farmaco.
  • Principi attivi estratti da piante officinali come la colchicina e la aristolochia. La prima viene utilizzata come farmaco per il trattamento di diverse patologie fra le quali la gotta e le pericarditi. In alcuni soggetti l’ingestione di colchicina può provocare vomito e diarrea, talvolta sanguinolente, seguiti da shock ipovolemico, insufficienza multi-organo, coma, convulsioni e morte. Tra altre complicazioni si possono avere alterazioni midollari, neuriti, alopecia, miopatia e malassorbimento di vitamina B12. L’ aristolochia viene utilizzata in medicina veterinaria soprattutto per la terapia delle verminosi gastrointestinali. A dosi elevate, nell’uomo può causare ipotensione, convulsioni e tossicità renale. È stato dimostrato, infine un’azione mutagena e cancerogena sulle cellule umane.
  • Alcuni antiprotozoari come sulfachinossalina, sulfadimetossina, diaveridina (SULFAC), impiegati per il trattamento della coccidiosi e delle enteriti batteriche degli uccelli da gabbia e da voliera e talvolta anche negli avicoli in genere, e farmaci anticoccidici come l’amprolium usato per il trattamento della coccidiosi nelle galline ovaiole sono controindicati durante l’ovodeposizione. Possono infatti influenzare la salute del consumatore, con effetti negativi sulla gravidanza e l’allattamento.

Nessun medicinale veterinario può essere immesso in commercio senza aver ottenuto l’A.I.C. (Autorizzazione all’Immissione in Commercio) da parte del Ministero della Salute o dall’Agenzia Europea per la valutazione dei Medicinali (EMEA). I nuovi regolamenti in vigore dal 27 gennaio 2019 e applicabili a partire dal 28 gennaio 2022 stabiliscono, quindi:

  • misure concrete per ridurre la resistenza antimicrobica e promuovere l’uso prudente e responsabile degli antibiotici;
  • il divieto dell’uso preventivo di antibiotici su gruppi di animali attraverso mangimi medicati;
  • il divieto dell’uso degli antimicrobici nei mangimi per promuovere la crescita dell’animale e aumentarne la resa;
  • restrizioni sul trattamento di controllo che previene la diffusione dell’infezione.

Con questo articolo ho voluto sottolineare ancora una volta quanto sia importante l’uso corretto dei farmaci, in questo caso specifico dei farmaci veterinari, e quanto un uso improprio possa avere conseguenze deleterie sulla salute dell’uomo.

E’ un argomento questo che mi tocca in prima persona e a cui tengo particolarmente, viste le condizioni particolari in cui versano le nostre aziende zootecniche.

Ringraziandovi ancora una volta per l’attenzione mi congedo da voi lettori con una frase del celebre filosofo tedesco, Ludwig Feuerbach:

”Noi siamo quello che mangiamo!”

Ci vediamo al prossimo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Vaccino anti-HIV: speranza o illusione ?????

infarmiamoci.it

La sindrome da immunodeficienza acquisita (Acquired Immunodeficiency Syndrome: AIDS) è una malattia immunitaria a causa virale, che colpisce in prevalenza giovani adulti e bambini. Il virus responsabile dell’AIDS appartiene alla classe dei retrovirus e se ne conoscono attualmente due varianti con effetti identici HIV 1 e  HIV 2. Mentre il ruolo epidemiologico della forma HIV 2 sembra essere trascurabile, l’Organizzazione Mondiale della Sanità calcola che HIV 1 abbia già infettato al mondo circa 40 milioni di persone.  L’HIV si presenta come un virus debole, che non resiste all’esterno dell’organismo, per cui la trasmissione richiede il contatto con un liquido corporeo contenente cellule o plasma infetti,  come sangue, sperma e secrezioni vaginali. Il contagio può avvenire mediante trasfusioni di sangue o di emoderivati  infetti, con l’inoculazione di piccole quantità di sangue contaminato attraverso lo scambio di siringhe tra tossicodipendenti o per mezzo di aghi o strumenti infetti sporchi di sangue  quali rasoi e lamette. La trasmissione può avvenire per via sessuale tra soggetti  omosessuali ed eterosessuali. Il virus contenuto nel liquido seminale di maschi sieropositivi può contagiare cellule della mucosa vaginale o rettale. L’infezione può essere trasmessa anche dalle donne attraverso secrezioni vaginali infette. Il virus inoltre può essere trasmesso dalla madre infetta al figlio. Una donna HIV positiva, infatti, può trasmettere l’infezione al figlio durante la gravidanza (mediante il sangue che passa  dalla madre al feto), al momento del parto (mediante le secrezioni vaginali ed il sangue) o dopo la nascita con l’allattamento al seno  (il virus è contenuto anche nel latte materno).

La  malattia si manifesta con un aumento della temperatura accompagnato da dolore durante la deglutizione, forte stanchezza, debolezza, dolore e ingrossamento dei linfonodi, dolore alle articolazioni e alla muscolatura, nausea, vomito e diarrea persistente spesso accompagnati da un aumento del volume di fegato e milza. Tra le manifestazioni cliniche tipiche dell’AIDS troviamo ulcere delle mucose della bocca o dei genitali ed un esantema della cute simile a quello della rosolia.

Una volta che si ha il sospetto di avvenuto contagio si ricorre ai test diagnostici, tra cui il più usato è il test ELISA. Questo test in Italia va ripetuto due volte (e non più tre) la prima ad un mese e la seconda a tre mesi dal presunto contagio per poter essere certi dell’esito.


Sul fronte prevenzione purtroppo è ancora molto il lavoro da fare. Nel nostro paese, infatti, si registrano tra  3.500 e 4.000 nuovi casi di infezione da HIV, con un incremento registrato nella fascia d’età tra i 25 e i 29 anni.

Oggi la terapia anti-AIDS prevede la somministrazione combinata di farmaci anti-retrovirali in grado di bloccare la replicazione del virus senza però annientarlo definitivamente: il virus rimane latente all’interno dell’organismo e per questo motivo la terapia anti-retrovirale deve essere protratta per tutta la vita.

È proprio di mercoledì 13 febbraio la notizia che arriva nuovamente dall’ Istituto Superiore di Sanità dove la ricercatrice e direttrice del Centro Nazionale Ricerca su HIV/AIDS, Barbara Ensoli, ha messo a punto un vaccino terapeutico contro l’AIDS, il vaccino TAT.

È stato scelto questo nome perché è stato dimostrato il coinvolgimento della proteina TAT, una proteina regolatoria essenziale per la replicazione del virus HIV, nel favorire l’infezione e determinare l’immunodeficienza tipica dell’ AIDS.

Il vaccino TAT, in sperimentazione in otto centri italiani, somministrato a pazienti in terapia anti-retrovirale sembra essere in grado di ridurre del 90% il “serbatoio di virus latente”, ovvero la riserva di virus che risulta inattaccabile dalla sola terapia farmacologica. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Frontiers in Immunology”.

La dottoressa Barbara Ensoli ha tenuto a precisare: “Non si tratta di un vaccino preventivo ma terapeutico, cioè curativo nell’individuo già infettato, capace di bloccare la progressione della malattia e aiutare i farmaci ad avere maggiore effetto. Con questo vaccino si ricostituisce il sistema immunitario che inizierà a funzionare meglio riducendo notevolmente il serbatoio del virus dove i farmaci non riescono ad arrivare”.

Se tutto andrà nella giusta direzione, si avranno così notevoli vantaggi per i pazienti in cura da tanto tempo con i farmaci anti-retrovirali, il cui impiego, in questo modo, potrà in alcuni periodi essere ridotto, limitando così la loro tossicità e migliorando la qualità di vita dei pazienti stessi.

E’ bene ricordare che tutti noi possiamo tutelarci avendo cura del nostro corpo, non dimenticando l’importanza della PREVENZIONE. Come diceva Albert Einstein: ” Gli intellettuali risolvono i problemi; i geni li prevengono”.

Ci vediamo al prossimo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Dott.ssa Chiara Caridi

L’USO CONSAPEVOLE DEGLI INTEGRATORI!

Gli integratori, come dice la parola stessa, sono prodotti alimentari che integrano la normale alimentazione. “Complemento” o “supplemento” sono sinonimi di “integratore”.

Gli integratori sono disponibili in commercio sotto forma di compresse e compresse effervescenti,  capsule, preparati in polvere, sciroppi, gocce ecc.

QUANDO È UTILE INTEGRARE?

L’organismo per mantenersi sano necessita dell’apporto giornaliero di tutti i nutrienti. Ci sono alcune situazioni in cui risulta difficile riuscire ad assimilare tutti i nutrienti necessari al buon funzionamento dell’organismo:

  • Dieta poco varia
  • Presenza di patologie che non permettono di assimilare alcune sostanze
  • Periodi particolari della vita come gravidanza, menopausa e vecchiaia
  • Periodi di forte stress
  • Intensa attività sportiva

In questi casi risulta molto utile l’aiuto di un integratore per sopperire alla mancanza di uno o più nutrienti. É bene ricordare che, essendo considerato un prodotto alimentare, l’integratore non ha alcuna attività terapeutica ed é soggetto alle norme in materia di sicurezza alimentare.

COME SI CLASSIFICANO GLI INTEGRATORI?

A seconda degli ingredienti contenuti al loro interno, gli integratori si dividono in:

  • Integratori di vitamine e/o sali minerali.
  • Integratori di aminoacidi.
  • Integratori di proteine e/o energetici.
  • Integratori di acidi grassi.
  • Integratori a base di probiotici.
  • Integratori di fibre.
  • Integratori a base di piante officinali o derivati
  • Integratori coadiuvanti di diete per il controllo e la riduzione del peso.

ETICHETTATURA DEGLI INTEGRATORI ALIMENTARI

Nella produzione di un integratore alimentare bisogna rispettare precise norme di sicurezza, di qualità sulle materie prime che vengono utilizzate e di etichettatura.

Un integratore può essere immesso in commercio solo dopo aver trasmesso al Ministero della Salute l’etichetta apposta sul contenitore. Il Ministero della Salute farà le opportune verifiche e, se riterrà conforme l’etichetta, inserirà l’integratore in un registro con un apposito codice.

Il Ministero della salute ha definito chiaramente sia le sostanze che possono essere utilizzate negli integratori sia le quantità massime. Una sostanza per poter essere usata in un integratore deve essere stata consumata in quantità significative in ambito europeo altrimenti deve ottenere un’autorizzazione a livello europeo.

L’etichetta degli integratori deve riportare alcune indicazioni precise:

  • il nome non commerciale del prodotto
  • le finalità nutrizionali a cui è destinato
  • la sede dello stabilimento di produzione o il paese di origine
  • il lotto di produzione
  • l’elenco degli ingredienti in ordine decrescente di peso
  • la quantità netta
  • il termine minimo di conservazione (da consumarsi preferibilmente entro) o la data di scadenza (da consumarsi entro)
  • la modalità di conservazione
  • la modalita d’uso
  • la tabella nutrizionale

COSA DICE LA LEGGE?

Il Ministero della Salute ha specificato che gli integratori alimentari sono preparati industriali venduti in confezioni sigillate.

In realtà si tratta di una legislazione poco esauriente. In merito a ciò, da poco tempo, l’ASFI (Associazione Scientifica Farmacisti Italiani) ha precisato che esistono alcune differenze tra la legislazione che disciplina gli integratori e quella che disciplina i medicinali. Queste differenze sono:

  • Per l’immissione in commercio di un integratore non sono necessari studi che confermino l’efficacia ma basta trasmettere l’etichetta con la composizione quali-quantitativa degli ingredienti al Ministero della Salute. In più i foglietti illustrativi non sono revisionati periodicamente.
  • Le aziende che producono integratori non hanno obblighi di certificazione GMP (Good Manufacturing Practice) nè tantomeno hanno l’obbligo di controllare la qualità e la sicurezza degli ingredienti.
  • Mentre i medicinali sono presentati alla classe medica da laureati in discipline scientifiche, gli integratori possono essere propagandati anche da chi non ha alcuna qualifica.
  • La pubblicità degli integratori avviene senza alcun controllo preventivo.
  • È possibile vendere gli integratori in qualsiasi punto vendita di alimenti senza la necessaria presenza di un Farmacista.

Sulla base di ciò, l’ ASFI invita il Ministero della Salute a far sì che la legislazione di questi prodotti sia più consistente e più sicura per evitare seri pericoli a carico dei consumatori.

CHI VALUTA LA SICUREZZA DEGLI INTEGRATORI?

Prima di immettere l’integratore in commercio il produttore deve verificare la sicurezza effettuando la valutazione del rischio, ovvero analizzando la struttura chimica e la pericolosità di ogni singolo ingrediente che andrà a costituire il prodotto finito. Per alcuni ingredienti è disponibile l’ADI, una misura dell’apporto giornaliero di una sostanza espressa in mg/kg di peso corporeo che può essere assunta senza provocare rischi per la salute. Più elevato è il valore dell’ADI, più sicuro è l’ingrediente.

COSA MI SENTO DI CONSIGLIARE?

A mio parere oggi si fa non un uso ma un abuso di integratori. Molte volte ci si affida a persone poco competenti rischiando la propria salute perché, anche se sembrano sostanze innocue, gli ingredienti contenuti negli integratori a dosi non consone, possono creare seri problemi. Per cui quali sono i miei consigli?

  1. Affidare sempre la scelta dell’integratore al proprio medico di fiducia che, dopo aver effettuato i giusti controlli, saprà cosa consigliare.
  2. L’integratore non sostituisce una dieta equilibrata e uno stile di vita sano e non deve essere inteso come un farmaco: non ha nessuna proprietà curativa.
  3. Non utilizzare mai un integratore per lunghi periodi di tempo o a dosi superiori a quelle indicate sul foglietto illustrativo.
  4. In caso si verifichi un effetto indesiderato, avvertire il medico che provvederà a sospendere la cura.
  5. Non fidarsi mai di integratori che promettono risultati miracolosi: se si vuole ad esempio perdere peso è bene prima di tutto modificare la propria alimentazione e svolgere esercizio fisico e in seconda battuta aggiungere un integratore.
  6. Affidarsi sempre a persone esperte in materia, medici o farmacisti che fanno parte di un ordine professionale e mai all’acquisto di integratori al di fuori dei giusti canali, come siti online non autorizzati e palestre.

Per un giusto apporto nutritivo dei vari nutrienti (vitamine, sali minerali, proteine, fibre, carboidrati, acidi grassi ecc…) è necessaria un’alimentazione adeguata e mai trascurata abbinata al giusto esercizio fisico quale può essere una semplice passeggiata a passo veloce immersi nella natura sfruttando le benefiche proprietà della luce solare.

Spero di essere stata esauriente nella mia spiegazione… Al prossimo articolo!!!

Dott.essa Chiara Caridi.

IN MEMORIA DI STEWART ADAMS : NON TUTTE LE SBORNIE VENGONO PER NUOCERE

               infarmiamoci.it

Un detto antico recita così:” Se vuoi conoscere la verità, chiedila ai bambini e agli ubriachi”.

E Stewart Adams ci aveva davvero visto giusto. Sebbene stesse lavorando da tempo per trovare un nuovo farmaco per il trattamento dell’artrite reumatoide, egli scoprì l’efficacia dell’ ibuprofene grazie ad una sbornia: lo assunse infatti per curarne i postumi.

Ma procediamo per gradi.

Stewart Adams nacque nel 1923 a Northamptonshire, iniziò ad interessarsi all’ambito farmaceutico all’età di 16 anni, quando lasciò gli studi, per un apprendistato in una delle farmacie al dettaglio, gestita da Boots, marchio di salute e bellezza. Bramoso di conoscenza si appassionò alla Chimica Farmaceutica ed in particolare allo studio delle catene dei composti organici ed inorganici. Qualche anno dopo conseguì la laurea in Farmacia alla  Nottingham University e dopo un dottorato in farmacologia a Leeds, Stewart Adams intraprese la carriera di chimico al dipartimento di ricerca di Boots, azienda che non solo lo mantenne agli studi, ma di cui divenne anche il capo. Fu in questi anni che Adams scoprì l’ibuprofene, mentre era alla ricerca di un antinfiammatorio per l’artrite reumatoide, che all’epoca veniva curata solo con i corticosteroidi. Anche l’aspirina, il primo tra i farmaci antinfiammatori ad essere stato scoperto e sintetizzato, fu testato come antidolorifico per la cura di questa patologia ma gli effetti collaterali, però, risultarono troppo elevati. Quello che serviva ad Adams era un farmaco il cui impiego non fosse accompagnato da questi effetti collaterali.  

Nel 1958, dopo ben 6 anni di ricerca e 600 composti testati Adams e 2 suoi colleghi, Nicholson e Burrows, scoprirono l’ (RS)- acido 2- [4- (2- metilpropil) fenil ] propanoico o piú semplicemente ibuprofene . Dopo qualche anno arrivarono i trials clinici : il composto risultò ben tollerato e gli effetti collaterali  contenuti .

Rimaneva da dimostrare che l’ibuprofene fosse un buon rimedio al mal di testa. Fu proprio Adams a riuscire nell’intento. Una sera, per festeggiare il via libera da parte del Regno Unito alla commercializzazione del nuovo principio attivo, si ubriacò ed il mattino seguente, visto il fortissimo mal di testa, fece da cavia e prese 600 mg di ibuprofene. Il mal di testa scomparve così come tutto il resto .

Adams capì che si trattava di una scoperta rivoluzionaria ma rimase con i piedi per terra e continuò le sue ricerche sugli antinfiammatori per la cura dell’artrite reumatoide. I riconoscimenti non tardarono ad arrivare, venne infatti onorato con un dottorato honoris causa e con due blue plaques, il più alto riconoscimento della Royal Society of Chemistry.

In un’ intervista di qualche anno fa, Adams confidò che quella scoperta non gli cambiò la vita anche se da allora l’ibuprofene divenne l’antidolorifico più utilizzato per disturbi comuni quali mal di denti, mal di testa, dolori mestruali e osteoarticolari, febbre…

Grazie Adams per la tua genialità e per averci salvato tanti… MOMENT!!!!

 

Dott.ssa Chiara Caridi 

Dott. Andrea Liguori

 

 

 

 

 


FARMACI ONLINE: SICUREZZA O CONTRAFFAZIONE????

Che internet faccia ormai parte della vita di tutti noi è cosa nota. Questo canale non è più usato solo per comunicare, usufruire e reperire informazioni, ma anche per effettuare acquisti.

Tramite internet infatti si possono ordinare e comprare una vasta gamma di oggetti e prodotti di varia natura, tra cui i farmaci.

Prima della messa in atto della normativa europea sull’acquisto di farmaci online, però, questa procedura non era consigliabile perché il tutto avveniva senza alcun controllo e quindi senza alcuna garanzia di sicurezza.

Le cose sono cambiate a partire dal 1 luglio 2015, quando le farmacie e parafarmacie sono state autorizzate dal Ministero della Salute a vendere i farmaci da banco anche online, ovvero attraverso il loro sito.

In questo modo è stato possibile prevenire le vendite non autorizzate, prive di affidabilità, riducendo così il rischio concreto di incorrere in farmaci contraffatti e nocivi per la salute.

COSA E’ OPPORTUNO SAPERE PRIMA DI ACQUISTARE UN FARMACO ONLINE?

Per poter acquistare con sicurezza i farmaci online è opportuno seguire precise linee guida.

Non tutte le farmacie e parafarmacie infatti possono effettuare il servizio di erogazione online.

Prima di tutto devono avere un esercizio commerciale fisico sul territorio italiano, quindi un negozio, autorizzato dalle autorità competenti. In Italia, infatti, è illegale  l’acquisto di farmaci da siti esteri in quanto è vietata l’introduzione nel nostro paese di farmaci sprovvisti di un foglietto illustrativo scritto in italiano.

In secondo luogo l’utente dovrà accertarsi che il sito sia autorizzato. La presenza del bollino di sicurezza con il logo apposito del Ministero della Salute è indice di sicurezza e affidabilità del sito.

In caso contrario, i siti che non avranno il suddetto logo saranno da ritenersi illegali.

Nel caso in cui farmacie o parafarmacie decidano di vendere online articoli come integratori, accessori sanitari, cosmetici o altro, non avranno bisogno di alcuna autorizzazione né dovranno riportare il bollino di sicurezza, pur essendo a norma di legge.

VENDITA ONLINE SOLO PER I FARMACI DA BANCO!!!

La vendita online è riservata soltanto ai farmaci da banco, come gli antidolorifici, gli antinfiammatori  e gli antipiretici ovvero quelli per cui non serve la ricetta del medico. Per i farmaci come il Viagra e gli antibiotici, la cui vendita è possibile solo mediante presentazione di ricetta medica, l’acquisto online è illegale!

SI RISPARMIA ACQUISTANDO I FARMACI ONLINE?

A questo punto viene spontaneo chiedersi se convenga o meno l’acquisto online dei farmaci. Per legge, i farmaci venduti online devono avere lo stesso prezzo che hanno nella farmacia fisica corrispondente. Per quanto riguarda le spese di spedizione variano all’incirca dalle 5 euro in su (5-6 euro), e vengono annullate sopra una certa cifra.

Questa regola non vale però per gli altri prodotti venduti online dalla farmacia, per i quali il prezzo è libero.

VANTAGGI DELLE FARMACIE ONLINE

-Il primo vantaggio è quello di poterli ricevere direttamente a casa. Questo è molto importante per utenze particolari come gli anziani e le persone malate che hanno difficoltà a muoversi e quindi a raggiungere fisicamente gli esercizi commerciali.

– Grazie all’acquisto online possiamo cercare i prezzi migliori in un numero di farmacie e parafarmacie ben maggiore di quelle che potremmo visitare andandoci di persona.

– Per le farmacie e parafarmacie online inoltre vale il diritto di recesso entro 14 giorni dal ricevimento della merce.

SVANTAGGI

-Nonostante i controlli è ancora possibile imbattersi in siti che operano senza autorizzazione. Siti illegali che si fingono farmacie o parafarmacie autorizzate, che, ricorrendo a nomi ingannevoli e  ostentando il simbolo del caduceo attirano l’attenzione dei cittadini.

Questo purtroppo non è un fenomeno limitato: di siti di questo genere sul web se ne contano a decine!

Contrastare tutto ciò è molto difficile anche perché se in un primo momento era l’utente a cercare un farmaco su internet, oggi sono proprio i distributori illegali a contattare i singoli individui monitorando le loro ricerche su web, ad esempio tramite Facebook o Linkedin.

-Un ulteriore aspetto negativo da non sottovalutare è che con l’acquisto online viene meno il rapporto  farmacista-paziente. Si tratta di un rapporto di conoscenza e confidenza molto importante per il cittadino.

Il farmacista infatti spesso conosce bene la sua storia clinica, può spiegare pertanto gli eventuali rischi da interazioni con altri farmaci in caso il paziente stia seguendo una poli-terapia o si stia apprestando ad assumere un nuovo farmaco, in tal caso saprà suggerirgli le migliori alternative.

SICUREZZA O CONTRAFFAZIONE?

La continua presenza di questi siti illegali però non ferma la macchina anti contraffazione. Grazie all’AIFA ( Agenzia Italiana del Farmaco) la vendita online dei farmaci, viene monitorata mediante costanti e ripetuti controlli.

Attraverso il “sistema nazionale anti-falsificazione dei medicinali”, sono stati chiusi moltissimi siti illegali, riducendo così il rischio concreto di incorrere in farmaci contraffatti, con il vantaggio, quindi, per gli utenti, di una maggiore garanzia sull’acquisto di farmaci sicuri.

RIFLESSIONI

Alla luce di tutto ciò siamo davvero certi di voler rischiare la nostra salute acquistando online farmaci potenzialmente dannosi ?

Vogliamo davvero privarci della guida e dei consigli del nostro farmacista di fiducia?

A voi lettori l’ardua sentenza…

Grazie per l’attenzione, spero di avervi fatto buona compagnia, e di avervi dato tutte le informazioni necessarie per un acquisto consapevole.

Ci ritroviamo al prossimo articolo!

Dott. Andrea Liguori

Farmaci equivalenti o farmaci di marca ? Una dura battaglia…

I farmaci generici o equivalenti, in Italia dal 2001, sono farmaci che presentano lo stesso principio attivo ( ovvero la sostanza che svolge l’azione terapeutica ), lo stesso dosaggio, la stessa forma farmaceutica, la stessa via di somministrazione e la stessa bioequivalenza ( ovvero lo stesso effetto a parità di dose ) del corrispondente farmaco “ branded ” o “ di marca ”.

Di seguito riportiamo un esempio:

FARMACO DI MARCA

OMEPRAZEN ( MALESCI ) : Omeprazolo, 20 mg, capsule rigide gastroresistenti.

FARMACO EQUIVALENTE

OMEPRAZOLO ( EUROGENERICI ) : Omeprazolo, 20 mg, capsule rigide gastroresistenti.

Come si può notare, rispetto al farmaco “ branded ” OMEPRAZEN, il farmaco equivalente OMEPRAZOLO ha :

  • Stesso principio attivo ( omeprazolo )
  • Stesso dosaggio ( 20 mg )
  • Stessa forma farmaceutica ( capsule rigide gastroresistenti ).

L’unica differenza sta nel fatto che il farmaco di marca ha un nome di fantasia mentre il farmaco equivalente è identificato dal nome del principio attivo ( Omeprazolo ) seguito dal nome dell’azienda produttrice ( Eurogenerici ).

Dire farmaco generico o farmaco equivalente è la stessa cosa. In Italia nel 2005 il Ministero della Salute ha deciso di modificare la parola generico in equivalente sia per sottolineare l’equivalenza terapeutica rispetto al farmaco di marca sia perché, come afferma l’AIFA, il termine generico non rende loro giustizia.

I farmaci equivalenti sono veri e propri farmaci che vengono immessi in commercio quando, al corrispondente farmaco di marca, è scaduta la copertura brevettuale.

I FARMACI EQUIVALENTI SONO UGUALI AI FARMACI DI MARCA?

No. Come dice la parola stessa sono equivalenti: presentano cioè la stessa composizione quali-quantitativa in principio attivo del farmaco di marca. In più devono rispondere agli stessi requisiti a cui rispondono i farmaci di marca ovvero qualità, sicurezza ed efficacia per poter ottenere l’autorizzazione all’ immissione in commercio (AIC). Quello che cambia è che i farmaci equivalenti possono essere formulati con una diversa tecnologia farmaceutica o possono presentare una diversa composizione in eccipienti. Gli eccipienti non hanno alcuna proprietà terapeutica e il loro compito è quello di facilitare la somministrazione e favorire l’assorbimento del principio attivo. In alcuni casi però la presenza di un eccipiente al posto di un altro può avere ripercussioni su alcune categorie di pazienti. Ad esempio: l’aspartame può creare seri problemi a chi soffre di fenilchetonuria, il lattosio e il glutine a chi è intollerante, alcuni coloranti possono scatenare reazioni allergiche. Per questo motivo prima di sostituire un farmaco branded con un farmaco equivalente è sempre bene consultare il proprio medico.

PERCHE’ IL FARMACO EQUIVALENTE COSTA MENO?

I farmaci equivalenti hanno in media un prezzo inferiore di almeno il 20% rispetto al farmaco di marca, come conseguenza del fatto della scadenza del brevetto del principio attivo. Una volta scaduto il brevetto, la legge permette a qualsiasi azienda di riprodurre e vendere un farmaco di cui sono già note sicurezza ed efficacia previa autorizzazione dell’Autorità competente (AIFA ed EMA). L’ azienda che produce il farmaco equivalente può imporre un prezzo più basso per tre motivi:

  1. non deve investire capitali nella ricerca poichè il principio attivo è già noto;
  2. non deve condurre studi preclinici (sugli animali da esperimento);
  3. non deve condurre studi clinici (sull’ uomo).

Mentre i farmaci branded hanno una sperimentazione che dura tre anni prima di ottenere il brevetto, i farmaci equivalenti per essere immessi in commercio necessitano solo di un resoconto bibliografico degli studi precedentemente condotti. Devono solo dimostrare la bioequivalenza e commercializzarlo con il nome del principio attivo.

I FARMACI EQUIVALENTI SONO RIMBORSATI DAL SSN?

Anche per i farmaci equivalenti esistono le classi di rimborsabilità: alcuni sono rimborsati dal SSN, altri sono a carico del cittadino.

QUAL E’ IL COMPITO DEL FARMACISTA?

Dal 2001 il farmacista deve informare sempre il cittadino della possibilità di sostituire il farmaco prescritto dal medico con un farmaco equivalente dal prezzo più basso: sarà il cittadino a scegliere.

Nel caso in cui il medico accanto alla specialità medicinale che ha prescritto scrive “NON SOSTITUIBILE” il farmacista dovrà consegnare al cittadino il farmaco prescritto.

SI, MA IN CONCLUSIONE?

In conclusione io concordo con il Presidente della SIMI Francesco Perticone che afferma che ” i farmaci generici sono una risorsa insostituibile, tuttavia occorre fare attenzione ad alcuni elementi, per far sí che il loro uso sia corretto, efficace e sicuro”.

Bisogna comprendere, a mio avviso, che due prodotti equivalenti dal punto di vista farmaceutico non sempre sono equivalenti dal punto di vista terapeutico: la diversa composizione in eccipienti può variare alcune caratteristiche farmacologiche del medicinale e questo risulta essere particolarmente importante in alcune patologie dove la terapia va “cucita” ad hoc sul singolo paziente.

Spero di aver fatto buona informazione e di aver contribuito a chiarire eventuali dubbi!

Al prossimo articolo!

Dott.ssa Chiara Caridi.

 

 

IL FARMACO : UN PICCOLO UNIVERSO OLTRE QUELLO CHE VEDIAMO

 

Come già espresso nella precedente presentazione in questo blog parleremo del corretto uso dei farmaci e medicinali, spiegando il perché usarli e come usarli. Nella quotidianità ci sarà capitato più volte di rispondere alla domanda: “Cosa hai preso per il mal di testa?”, con la seguente risposta: “Un Oki, un Aulin, una Moment”, oppure dire: “Ho la febbre, prenderò una tachipirina”; ma cosa si nasconde realmente dietro questi nomi? Quando assumiamo un Farmaco siamo davvero consapevoli e coscienti di quello che stiamo per assumere? Cosa è realmente contenuto in quella compressa, in quella capsula o nello sciroppo che beviamo? In realtà è opportuno sapere che solo una parte del Farmaco è effettivamente responsabile dell’azione terapeutica dello stesso, pertanto dobbiamo considerare il Farmaco come un insieme di sostanze, che “coesistono” per favorire l’assunzione dello stesso e rendere massima la sua azione terapeutica. Un farmaco può presentarsi in diverse forme farmaceutiche: solide (compresse, pillole, capsule rigide, polveri, granulati, supposte) , semisolide (gel, creme, unguenti, lubrificanti, paste) , liquide (sciroppi, fiale, gocce, colliri) e gassose (aerosol) e in ogni farmaco ci sono due componenti: il principio attivo ( talvolta può essere più di uno) e gli eccipienti ( Vedi Esempi).

Il concetto di principio attivo (P.A.) fu introdotto da Paracelso, il padre della chimica farmaceutica, esso è il componente fondamentale del farmaco, si tratta di una sostanza dotata di una certa attività biologica, cioè una molecola che nel nostro organismo svolge un’azione contro la malattia che si vuole combattere o, più in generale, modifica una funzione organica con lo scopo di curare o  prevenire una malattia, è quindi il responsabile dell’effetto terapeutico del Farmaco. 

Gli eccipienti (E), invece, sono sostanze inerti, senza alcuna proprietà terapeutica, si tratta di sostanze che servono a contenere oppure a veicolare il principio attivo verso la sua sede d’azione, o a rendere più gradevole l’aspetto o il sapore del medicinale, facilitandone così l’assunzione.

La classificazione degli eccipienti può essere fatta in base al ruolo svolto nelle fasi di preparazione del medicinale e di rilascio del farmaco. Questo ruolo può essere schematizzato come segue:

– Costituzione: (diluenti, assorbenti ed adsorbenti) per avere una massa di principio attivo appropriata nella preparazione del prodotto finito;

– Produzione: (lubrificanti, leganti, glidanti, plasticizzanti, tensioattivi, umettanti e viscosizzanti) per facilitare i processi tecnologici di fabbricazione del prodotto finito;

– Liberazione biofarmaceutica: (disgreganti, polimeri per il rilascio e bagnanti) per modulare il rilascio del principio attivo dalla preparazione farmaceutica;

– Conservazione: ( antimicrobici, chelanti e antiossidanti) per preservare le caratteristiche chimiche, fisiche, microbiologiche, tossicologiche e terapeutiche del prodotto finito (stabilità della preparazione farmaceutica);

– Presentazione: (aromatizzanti, edulcolaranti e coloranti) per favorire il gradimento da parte del paziente, sostanze utilizzate per migliorare la palatabilità del preparato farmaceutico, mascherandone caratteristiche organolettiche sfavorevoli; composti impiegati per impartire colorazione ai preparati farmaceutici, per un impatto psicologico positivo nel paziente o permettere l’identificazione del preparato, per esempio gli antidolorifici sono solitamente di colore bianco, proprio perché il bianco è un colore neutro, per gli antidepressivi invece, il colore di elezione è l’arancione o il rosso, colori vivi ed accesi che in qualche modo possono influire positivamente sulla psiche del paziente.

Nella chimica farmaceutica quindi la presenza degli eccipienti è necessaria per ragioni legate al processo di produzione, per facilitarne l’assunzione o per rendere possibile l’assorbimento da parte dell’organismo.Ciononostante un certo numero di eccipienti può avere rilevanza per la sicurezza di un medicinale. Per esempio farmaci contenenti saccarosio devono essere somministrati con attenzione ai pazienti diabetici, eccipienti, come i parabeni, possono determinare reazioni allergiche ed è noto che i farmaci contenenti lattosio non sono indicati in soggetti intolleranti a questa sostanza, per tale motivo i foglietti illustrativi dei medicinali riportano sempre specifiche avvertenze per determinati eccipienti, in ottemperanza ad un’apposita linea guida predisposta dalla Comunità europea. Ecco perché gli eccipienti sono la vera variabile da tenere sotto controllo quando si passa all’uso di un equivalente. La normativa vigente prevede infatti che un farmaco equivalente possa contenere eccipienti diversi da quelli del farmaco “di marca”, l’importante è che il medicinale ottenuto sia bioequivalente rispetto all’originale,e che pertanto abbia lo stesso effetto terapeutico. Con ciò introduco il prossimo argomento, si tratta di un argomento parecchio ostico per la maggior parte dei pazienti, soprattutto per quelli abitudinari , ovvero la differenza tra Farmaco di marca e farmaco generico o equivalente, ma di questo ve ne parlerà ampiamente la mia collega, la dott.ssa Chiara.

Noi ci rivediamo al prossimo articolo , grazie a tutti voi per la lettura

Dott. Andrea Liguori

 

 

CHI SIAMO ? CI PRESENTIAMO …

Dottoressa Caridi Chiara

Ciao a tutti, sono Chiara , ho 34 anni, sono moglie e  mamma di uno splendido bimbo e  sono laureata e abilitata presso l’Università della Calabria. Già dagli anni del liceo ho capito che le mie grandi passioni erano la chimica e la biologia e materie affini e immaginavo il mio futuro da medico. 

In seguito, ho invece scelto CTF come facoltà universitaria e, durante il mio lungo e difficile percorso, viste le 51 materie, ho studiato chimica inorganica e organica, la biochimica, la chimica farmaceutica, la tossicologia, la patologia, la chimica delle sostanze organiche naturali, la fisiopatologia endocrina, la fisiologia e il mio grande “amore”: la farmacologia.

Mi sono laureata con una tesi sperimentale in patologia clinica sui meccanismi molecolari alla base dell’effetto apoptotico indotto da alcuni farmaci sulle cellule di carcinoma mammario. La mia esperienza in laboratorio è stata altamente formativa  sia dal punto di vista personale che da quello professionale, ho imparato infatti moltissimo e mi sono sentita “una piccola ricercatrice” che, per oltre un anno, ha vissuto con passione e dedizione il mondo dei ricercatori fatto di grandi soddisfazioni quando si arrivava al risultato dopo tanto lavoro. 

Sono un’ appassionata lettrice di libri scientifici, focalizzati in particolare sul morbo di Parkinson, e mi piace approfondire sempre il meccanismo d’azione di un farmaco. Per questo motivo sono l’ideatrice e co-fondatrice di questo blog insieme al mio collega e amico Andrea. 

Abbiamo deciso di aprire questo blog  per spiegare in modo semplice cosa sono i farmaci e la loro azione sul nostro organismo, da un punto di vista farmacologico ma non medico: siamo infatti entrambi grandi sostenitori della necessità di una collaborazione salda e reciproca tra farmacista e medico, che permette non solo di elaborare una visione completa, ma anche di fornire al paziente gli strumenti per una maggiore aderenza del paziente alla terapia. 

Fatte queste doverose premesse, speriamo che il nostro blog sia utile e che possa far comprendere a tutti  in maniera ancora più chiara le caratteristiche dei farmaci, la loro azione e gli scopi terapeutici, analizzandone pro e contro. 

 

Dott. Liguori Andrea

Salve mi chiamo Andrea Liguori e sono un laureato in CTF. Ho sempre desiderato fare il medico  ma il destino e il susseguirsi degli eventi alla fine mi hanno portato ad intraprendere un percorso diverso da quello che mi ero prefissato. Mi sono laureato in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche discutendo una tesi di laurea sperimentale in Anatomia Umana dal titolo “Azione del recettore per i Cannabinoidi CB1-R sulla vitalità del gamete maschile umano e sull’attività dell’acrosina”, tesi di laurea conseguita presso l’UNICAL Università della Calabria. Lo stesso anno ho ottenuto l’abilitazione alla professione di farmacista e l’anno seguente ho concluso un Master Universitario di I° livello in “Quality Control Manager della filiera agroalimentare biologica e biotecnologica” con annesso stage presso la sede di Cosenza  dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno.

 Qui lavorando nel laboratorio di Sierologia ho maturato una conoscenza teorica e pratica di  alcune  tra le tecniche diagnostiche  più usate per la diagnosi sierologica delle malattie infettive degli animali e di quelle trasmissibile all’uomo. Nonostante non fossi un Tecnico di laboratorio, la mia intraprendenza  mi ha permesso di eseguire in modo adeguato le varie fasi del processo analitico, ricoprendo talvolta incarichi di discreta importanza, pur essendo alla prima vera esperienza pratica.

Consapevoli del sempre più ampio uso di internet quale strumento di ricerca e canale di informazione, io e la mia collega e amica la dott.ssa  Caridi Chiara abbiamo pensato di creare un blog dove di volta in volta prenderemo in esame un Farmaco, parlando del suo giusto impiego, dopo una  breve ed opportuna introduzione sulla patologia per la quale esso viene utilizzato.

Con questo non vogliamo, in alcun modo, sostituirci ai nostri colleghi farmacisti ne al vostro medico curante, cercheremo semplicemente di darvi qualche informazione in più sul farmaco in esame usando una terminologia quanto più facilmente comprensibile a voi lettori, da qui il nome” InFARMiamoci” .

Detto ciò spero che possiate trovare piacevole ed interessante questo blog, e vogliate pertanto intraprendere insieme a noi questo cammino verso una nuova forma di conoscenza.